Non fate soffrire i mercati

È semplice, il segreto è racchiuso in una parola: DENARO. Manca il denaro; quindi non si assumono nuovi docenti, quindi i corsi di recupero son fatti per adempiere ad un obbligo di legge, quindi i professori si devono arrangiare e spesso lavorare gratis. Manca denaro; quindi soprattutto al sud gli edifici sono fatiscenti; a volte cadono calcinacci a volte pareti intere. Manca il denaro e le università son colme, il numero è chiuso, ci si arrabatta per anticipare il vicino, per soffiargli il posto. Si imparano le lingue per sopravvivere, si viaggia con sacrifico dei genitori. I più fortunati sognano stipendi d’oro all’estero; perchè dicono: “manca denaro.”

Manca denaro, perciò non ci si sposa e la promessa d’amore, se esiste è a tempo, come la vita, a tempo.  Manca il denaro e le strade d’Italia non si aggiustano, anzi. Cadono i ponti, perché manca il denaro, si!

Niente restituisce la vita quando scola via, dimenticata di tutto, come in una latrina l’acqua; un soffio e non sappiamo più chi siamo. Manca il denaro ma non mancano le parole, pronte a colpire e giustificare. Aleggia come un avvoltoio l’angoscia, sopra le teste dei bambini che per fortuna non capiscono, s’addensa un presagio di nera malasorte. Eppure, per i fortunati  di adesso, la festa continua e il ferragosto si festeggia ovunque, brindando alle stelle, per gli scapati pericoli, mentre i parenti delle vittime affogano nel dolore che toglie ogni fiato. Se vedessimo le feste, i brindisi, gli amplessi, le risate, in contemporanea al dolore. La vita va avanti. Potessero pubblicherebbero ogni strazio, come in un teatro infinito. Strazio e risate. Perché siamo sconosciuti e la solidarietà dura un secondo, il brivido e la paura durano un giorno.

Prima viene il lavoro, l’Italia da ricostruire, la cura del territorio, dei paesi scossi dai sismi, dalle alluvioni, dalle frane. Quanto lavoro.  Prima vengono le periferia abbandonate, le montagne di rifiuti, le mafie, i quartieri da radere al suolo e riedificare, le palestre, i campi sportivi, i teatri, la musica, la cultura.

Ma i mercati van trattati con guanti d’oro, non fateli soffrire, sono sensibili, piangono, si agitano, invocano sacrifici come certe divinità antiche. I mercati ci vogliono bene, ma non li dobbiamo innervosire. Noi non capiamo nulla della fatica degli investitori, dei dolori dei mercati. A loro i soldi non mancano, perché li producono in accordo con sensibilissime banche. Sono troppo grandi non possono fallire, vanno curate, accanimento terapeutico ad oltranza per loro.

Un tasto, un numero. Basta una parola e i mercati sono turbati e gli azionisti soffrono anche loro, poverini. Il mercato dei titoli, il mercato delle azioni, il mercato dei fondi pensioni, il mercato dei fondi sanitari, dei fondi militari, il mercato…

Se  crolla un ponte, se scoppia una guerra, alcuni ridono, altri piangono; i terremoti sono un affare per certi signori dei mercati. Tutte le catastrofi sono un affare. I signori dei mercati si radunano in luoghi protetti da eserciti di guardie armate. Sono cosmopoliti, multiculturali, persino filantropi. Cadono dalla tavola del ricco le briciole che il popolo lecca ringraziando.

E i cantanti e gli attori, partecipano solidali a tutto. Retorica come sistema.

E i corsi di laurea formano soldatini storditi dall’unico pensiero: Non c’è denaro!

Ma se il denaro tornasse ad essere un mezzo di scambio e non un fine? Se gli stati, tutti, lavorassero per il bene dei cittadini?  Se liberassimo la colonia Africa dai nostri interessi? Se la smettessimo di invocare guerre umanitarie per la democrazia?

Non si può vero? Perché i mercati soffrirebbero, più di una madre che perda un figlio. La più grande, necessaria, rivoluzione, attende. Il denaro è nostro, chi vi ha concesso il privilegio di prestarlo? popolo affamato, popolo ferito, popolo coi suoi difetti, come tutti. Basta!

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