Il mar Rosso e la tragedia.

Ancora una tempesta. La natura, per nulla materna, nella sua indifferenza continua a scrollare le spalle con la foga di un puledro giovane che non si lasci imbrigliare. Cadono pezzi di vita, storie appena iniziate, come racconti sospesi. Tutto ha la forza di un dolore selvaggio, di un buio, di una stanza dalle alte pareti, del soffocare nel tentativo di uscire da un collo di bottiglia troppo stretto. La storia si ripete, come si ripetono i commenti degli esperti. Si cercano responsabili, si fanno previsioni, si denuncia l’incuria, la cattiva manutenzione, il riscaldamento climatico. Ma questo, riguarda il futuro e non i dolore di adesso. Una disperazione spiegata, giustificata, non è più disperazione. Il dolore non si spiega, si condivide. Tutte le storie sono uniche per chi le vive sulla propria pelle. E adesso? A cosa servono le preghiere?  Cosa serve pensare a Dio se non a sentirsi privati di ogni sillaba, se non ad avvertire disagio.

Avrebbero forse spostato il corso dell’acqua le preghiere? Avvenne una volta con il mar  Rosso, ma la storia non si ripete mai eguale.

Indietro non si torna ed ogni consolazione passa attraverso il dolore. Resta la croce che galleggia su tutte le alluvioni di tutti i tempi, come un’arca. Appesi ad essa forse troveremo il senso; tutto il resto, tutte le parole, tutte le filosofie e le tecniche soluzioni, mai come ora mi paiono chiodi e piombo.

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