Cosa pensano i giovani

Cosa pensano i giovani?

 

“Lei parla di poesia, di amore, ma io penso al dolore. I miei sono separati da anni, li ho visti litigare un giorno si e l’altro pure, hanno tutti un bel dire che è meglio non stiano più insieme perché figli non reggono i conflitti dei genitori. Lei sa quanto io soffro anche adesso? E il bello è che non so perché, il bello è che mi sentivo in colpa per loro. Sono stata dallo psicologo, ne ho provati tre, ma cosa è cambiato? Niente”.

Situazioni simili si ripetono, sono quasi la norma. I ragazzi si nascondono; chi studiando di più, chi non studiando per nulla, chi assottigliandosi s’in quasi a sparire, chi sparendo sul serio.

Il dolore c’è ed è diffuso, appartiene alla vita e a poco vale ritrarsi in qualche zona d’ombra. Cosa possiamo fare se non cercare di ridurne la presenza, per quanto dipende da noi, ovviamente. Possiamo contrastare l’avidità, la scaltrezza, l’astio, il rancore, l’invidia; “lo spirito del tempo”, dando vita a momenti comunitari, disinteressati, gratuiti. Perché possiamo raccontare di diritti, di giustizia, ma poi i ragazzi non vedono che la miseria di una quotidianità totalmente proiettata sul presente. Tutti, in primis fra gli adulti, sembrano rivendicare la felicità; al primo rovescio si fugge, alla prima fatica si ammaina la bandiera. Questo è il mondo si dice; non esiste altro, si suppone tacitamente. I ragazzi sentono l’incoerenza, perché sanno più degli adulti in cosa consista il bene, lo sentono, come “animali braccati”. Non hanno ancora accolto il cinismo silente di chi ha vissuto, ma lo faranno perché devono se vogliono “salvarsi”. Ma la nostalgia resta, per sempre; affiorando ogni tanto lungo la vita tra le righe di qualche dialogo intimo o nello sguardo malinconico di un figlio nel quale ciascuno rivede sé stesso. Allora come non raccontare di ragazzi, che hanno patito ogni dolore, fisico e morale. Penso a Bernadette a Chiara Luce Badano, al sorriso impossibile di Carlo Acutis mentre commenta l’imminenza della propria morte. Penso che questo non sia l’unico tempo, che ne esista un altro. Il tempo della giustizia, della pienezza intravista, un tempo fatto di intensità non di durata. Un temo Altro, che rifiuti l’idea di un inizio e di una fine. Lo sappiamo, lo abbiamo sperimentato tutti, ci sono momenti di eternità dentro la vita. La vita da sola ci educa perfettamente, è una grande maestra nel rivelare la nostra solitudine fatta di tradimenti subiti e fatti. Siamo poveri, per questo cerchiamo un assoluto che non deluda. Questo fanno i ragazzi ogni giorno quando scoprono che mamma papà non sono Dio. Noi educhiamo troppo spesso al sentimento, senza mostrare amore.  Ma quei giovani “Santi” cosa dicono con la vita?

Anche loro, soprattutto loro, fanno parte della “storia”; una storia più ampia che ingloba il futuro più remoto, che abbraccia il tempo. É dei valori che dobbiamo parlare, quelli che restano, affinché ciascuno possa, se lo vorrà, occuparsi dell’assoluto. L’assoluto riguarda le scelte dei singoli; e la vita, in fondo, pur nel riconoscimento del nostro aver bisogno degli altri è una faccenda di solitudine; i momenti essenziali avvengono dentro il nostro spirito e li conosciamo bene solo noi. Però, c’è un però; abbiamo tutti bisogno di pochi e chiari valori, principi che siamo in grado di riconoscere e condividere. Ciò che sembra mancare oggi è questo minimo di principi condivisi realmente, nei fatti, non nei pronunciamenti. Non abbiamo bisogno di tavole della legge laiche somministrate a scuola, ma di semplici testimoni.  Senza di essi non c’è riferimento e si resta schiacciati dal non senso. I ragazzi si scontrano con il mondo, con una realtà piena di fatti, con immagini, miseri eventi, interpreti improvvisati, testimonial portatori di valori commerciali che pontificano su tutto, esperti che urlano attraverso la tv e i social. Il silenzio e l’attesa, esperienze necessarie alla vita sembrano relegate ai rari momenti di “vacanza” dal dovere di fare, di essere adeguati alle richieste. Per questo molti giovani si sentono inadeguati e il loro “urlo muto” il loro no! a questo tipo di vita è l’altra faccia di un grande si!  Prendetevi tempo per scrivere, leggere, ascoltare musica; anche questo può essere un argine al potere del disagio insensato, della noia quotidiana alimentata dalla fabbrica dell’insoddisfazione; un meccanismo ben oleato che ha come fine il profitto infinito.

 

 

 

 

 

 

 

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