Ad ogni 11 febbraio

Ogni undici febbraio.

Pochi hanno vissuto la solitudine, se per solitudine intendiamo l’assenza di ogni affetto esclusivo, d’ogni benessere, fisico e spirituale, d’ogni consolazione. Solitudine è l’aver vissuto un’esperienza unica, quasi incomunicabile e sentirsi incompresi, solitudine è assenza di onori terreni. Solitudine vera è lasciare le persone che ami perché senti che Lui ti vuole tutta per sé. E tu non capisci.

Parlo di una ragazza come voi, di quindici anni, del suo incontro con un mistero troppo grande per essere comunicato. 

Cos’è la Solitudine se non questo. Dio ci fa soli umanamente, per farsi trovare. “È quando sono debole che sono forte”, scrive San Paolo. 

Di questo voglio parlarvi ragazzi, di una cosa che ripugna al mondo di oggi; un mondo nel quale la fama, la luce dell’apparire, il denaro, il fisico efficiente, l’amore romantico, paiono tutto.

Ogni undici febbraio penso a Bernadette, ogni undici febbraio vi parlo di lei. 

La vedo infreddolita mentre si reca a cercare un po’ di legna, non si aspetta nulla dalla vita, non ha progetti, appartiene alla famiglia più povera di Lourdes.

Nell’epoca delle parole, delle sottili analisi, del sospetto, della mancanza di fede, nel soprannaturale negato, dell’identificazione del cristianesimo con il solo impegno sociale; la figura di Bernadette è una salutare pietra d’inciampo che sempre sollecita nella mia povera natura una commozione benefica. 

In ogni suo gesto e parola la ragazzina dei Pirenei ci ricorda quello che saremo sempre: creature finite. 

Nell’epoca dell’informazione globale e del consumo di tutto, della tecnologia e della medicina che vuol rifare l’uomo, questa piccola testimone della nostra fragilità ci riporta all’essenziale: siamo fatti per il cielo, la gloria del mondo è illusione.

Bernadette non possiede nulla, il suo candore è spiazzante, le sue risposte lasciano senza parole tanto sono semplici e vere. 

Quando davanti ad una commissione le verrà ricordato che aveva mangiato l’erba davanti alla grotta, quando le verrà imputata la sconvenienza di un tale comportamento, lei risponderà: “lo trovate sconveniente mangiare l’insalata.?”

La piccola Soubirous ci riporta alla semplicità del messaggio cristiano, alle poche cose cui si deve credere. 

L’immacolata concezione, il cui significato le sfugge, non deve essere spiegata, Bernadette semplicemente racconta quello che vede e sente. Non deve difendere nulla se non l’obbligo, avvertito come ineludibile, di comunicare quanto la Signora le dice.  

Bernadette non discute, non chiarisce, perché nel suo cuore che è tutto teso e tutto disponibile ad accogliere quanto le è donato, non trova posto alcun spirito polemico. 

Per questo è sempre credibile; quando è sottoposta all’interrogatorio dei gendarmi e del procuratore imperiale, quando è analizzata dagli psichiatri, quando è interrogata dalle autorità ecclesiastiche.

Innocente

La sua è una natura restituita all’innocenza, perciò umile. La sua sola ambizione non pare altro che quella di essere dimenticata. 

Ma il cielo l’ha scelta; e come sempre accade, quando Dio chiama, l’uomo è strappato da ogni sicurezza e non di rado preparato alla sofferenza. Non le aveva detto la celeste apparizione: “Non ti prometto di farti felice in questa vita ma nell’altra”. 

Quando verranno i giorni del dolore e della prova Bernadette ripeterà sempre con il suo candore inattaccabile: “L’acqua della grotta non è per me” e pure “La grotta fu il mio paradiso”.

Considerava il denaro una rovina per la persona, ma non lo diceva, semplicemente lo rifiutava quando le facevano scorrere fra le mani una moneta. “Brucia”, diceva.

Nel classico film di Henry King, del 1943, vincitore di quattro primi Oscar, Bernadette mentre sta recandosi a Nevers, incontra Antoine, un giovane amico che le vuol bene e forse la ama. Antoine saluta la piccola veggente annunciandole che lui non si sposerà. Non sappiamo quanto questo episodio possa essere storicamente fondato, ma il messaggio è chiaro e perfettamente in sintonia con la vita della veggente. 

È un proclama d’amore e di fedeltà che si fonda sulla rinuncia. Il giovane non donerà il suo cuore che a lei, la fanciulla che non vedrà più, perché consegnata oramai al convento di Nevers. Come è diversa questa forma d’amore rispetto all’idea che oggi è proposta incessantemente alle mente e al cuore dei nostri ragazzi.

Per questo e per mille altri motivi Bernadette incarna la Santità come poche altre creature hanno fatto. La santità come disponibilità totale alla volontà di Dio, senza spirito di rivalsa, senza propositi di mutamenti sociali, Bernadette semplicemente si lascia plasmare dagli eventi, si lascia scolpire dalla volontà divina, con forza soprannaturale, sopportando ogni dolore fisico, giungendo a noi perfetta e bellissima, come il suo corpo incorrotto devastato dalla malattia che giace a Nevers, in una teca di vetro, corpo che rivela esemplarmente la carne salvata dalla resurrezione di Cristo.

 È la bellezza misteriosa che rifulge nel principio di passività, così inattuale, così sorprendente, così necessario oggi. Mentre schiere interminabili di pellegrini da quell’undici febbraio 1858 si accalcano, diligentemente in fila, alla fonte, in attesa il cielo ancora una volta si apra e indichi la via che è di noi tutti.

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