Boris vive.

21 luglio 2020, il sole è sempre lo stesso a Palermo l’aria è calda, dei ragazzini su un motorino; due, forse tre, mi tagliano la strada, uno di loro mi fissa e scopre in una risata, dei denti bianchissimi. Una sfida selvaggia, rallentano e non mi fanno passare. Al bordo di una via laterale una bancarella, un bidone e del fumo; panini con la milza. Prendo un caffè in via Francesco de Blasi, al bar Lux. Ieri come oggi.

     Un salto nel tempo, siamo all’estate del 1979, Palermo è calda, di mafia e di scirocco che soffia lungo le strade correndo per gli agrumeti, arrampicandosi su per le colline e i monti, infilandosi nelle viuzze di piccoli paesi dai nomi impossibili e misteriosi, Cinisi, Ficarazzi, Altofonte, Corleone. E da quei luoghi scende come una lava la nuova criminalità che fa capo a Totò Riina a Stefano Bontade e a tanta manovalanza che preme pur di farsi un nome e un conto in banca. E poi ci sono i colletti bianchi della politica, dell’imprenditoria, della nobiltà in disfacimento; ci sono gli esattori delle imposte, i fratelli Salvo, perché a Palermo c’è un’altra Italia.

Con gli arancini, i cannoli siciliani, le granite con la panna e gli impareggiabili piatti di pesce per poche lire, le grandi feste per i Santi patroni, le mille luci come arabeschi fatati; le reti annodate in umidi antri, il soffio del mare, l’architettura arabo bizantina e il sangue innocente che scorre da sempre a contendersi il primato  e il silenzio dei più, intimoriti.

E poi c’è Boris, Boris Giuliano, capo della mobile di Palermo. Lui, questo lavoro l’ha scelto per passione, per amore della propria terra. Boris, in questa canicolare giornata sta per raggiungere la moglie e i tre figli al mare. Ancora mezza giornata e poi…un bel tuffo. Sono anni che si affanna per arginare il potere montante della mafia vincente, per scardinare il traffico di droga tra la Sicilia e gli Stati Uniti, la chiamano “Pizza Connection.”

Boris lo conoscono in pochi nel mondo dell’apparire, nei salotti dei divi non è che un nome legato ad una funzione: capo della mobile. Lo conoscono bene invece quelli che tramano nel buio, in alto e in basso. Giuliano non ama le foto, non ha scorta, ha pochi mezzi e un pugno di uomini devoti alla “causa”. Non ha scorta nonostante sia stato ripetutamente minacciato di morte. Morte, una parola che ha conosciuto bene un giornalista amico come Mauro de Mauro, sparito nel nulla per certe sue inchieste.

Quella mattina Palermo è caotica come sempre, vociante, dai mille colori accesi, dalle melodie mediterranee lungo i mercati rionali dai banchi ricolmi di merci.

Nessuna scorta, esce di casa, saluta il portiere e fa due passi fino al caffè abituale. E mentre porta la tazza alla bocca, come uno sciacallo sbuca dall’ombra Leoluca Bagarella che spara, spara sette volte nella schiena. Piangono gli amici, i compagni della mobile, piangono i giornalisti in prima linea contro la mafia. Piange la giovane moglie con i tre figli.

Giuliano aveva con le sue indagini turbato troppi livelli dell’organizzazione criminale, si era spinto in alto, inaugurando metodi di indagine innovativi, nel cui solco agiranno poi eroi come Falcone e Borsellino. Ma i nomi sono tanti, nomi di vittime per aver servito lo stato. Loro si hanno lavorato per il cambiamento.

Oggi il figlio maggiore di Boris è capo della mobile a Milano,

La notte scende su Palermo i caffè brulicano di vacanzieri ieri come oggi, un profumo di fritto e basilico selvatico accende l’aria e la vita continua.

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