Conte e la paura fa novanta.

Dicevano: “questo non lo conosce nessuno”; colpevole di non fare parte dei circoli buoni, quelli dei saltimbanchi grigi del circo televisivo, dove si alternano i commentatori che pontificano dai giornali del silente e pervasivo regime europeista. Era Nessuno, come Ulisse.

L’occhio di Polifemo ora seziona ogni parola del professore, la voragine della bocca, pronta a divorare ogni pensiero non allineato. Esegesi critica, bisturi di giornalisti insopportabili, divaricatore in mano a conduttori televisivi, anestesia privilegio di attori e musicisti.  Il paziente è troppo giovane.

Sai cosa diranno prima che proferiscano parola, il servilismo è innato, neppure richiesto, semplicemente offerto spontaneamente.

Non ci eravamo accorti del paradiso Europa, andata senza ritorno; sciocchi come i Greci, lavativi, scialacquatori, pensionati bambini, non abbiamo compreso le parole di “papà mercato”. Piccoli adolescenti che vogliono diventare grandi, abbiamo osato contestare il “l’autorità di un Dio senza cielo”. Il sessantotto è tornato?

Ora lo conoscono il professore.

Conte; lo chiamavano il non politico, l’inesperto, dimenticando che quando cervello e libertà lavorano insieme, magari con un pizzico di cuore a far da supporto, tutto diventa possibile.

Loro, con i Loro giornali e i loro apparati di potere sono senza macchia, conoscono le leggi mosaiche del mercato. Noi, siamo idolatri.

Un merito, l’inesperto Conte  lo ha subito acquisito; ha costretto i reduci disastrati del Pd, partito radical ordo capitalista, a riscoprire parole di sinistra, Nanni Moretti, docet. Ma gli eredi del Pci, non esistono più, sono troppo intrisi dal verbo competitivo e libertario assimilato attraverso la cura Renzi. Viaggia in un mare infinito la “zattera della Medusa” del Pd.

Ma torniamo a Conte, discorso dal sapore antico il suo, ragionamento forte, pacatezza di statista; eravamo abituati ai guitti televisivi, alle slide, ai proclami nerboruti, agli “uomini soli al comando”. È tornata la politica, ho pensato; dopo venticinque anni, torna il pensiero. Solo che questa volta non ha come fine la conservazione dell’esistente, quanto il suo superamento.

L’Italia può diventare il laboratorio per un nuovo paradigma politico, trans partitico, ma intensamente partecipativo. Destra e sinistra non esistono più come categorie rigide, ma rappresentano i fronti lungo i quali si posizionano i cittadini. O con il capitale apolide trans nazionale, o con i problemi reali generati dal neoliberismo. O con l’idea di una società cooperativa o con il darwinismo sociale. È di oggi la  notizia che sette milioni di italiani si indebitano per accedere a cure mediche. Vogliamo parlare del credito al consumo che trasforma il risparmiatore in debitore?

Migranti, paradigmi economici, alleanze geopolitiche, tutto andrà ripensato e tutto contribuirà, se si potrà lavorare a ridisegnare il mondo. Vogliamo essere protagonisti del cambiamento? Dai giornaloni, per altro sempre meno letti, dalle televisioni, dagli intellettuali “venduti”, non aspettiamoci nulla.

Il profilo strategico comincia ad emergere; l’alleanza supina con gli Stati Uniti andrà ripensata, come diventa essenziale stringere nuovi e fecondi rapporti con la potenza Russa.

Darà fastidio a molti, le penne di regime già insorgono al solo pensiero di allentare le catene “americane”; figuratevi l’Europa, ovverosia i signori che ingrassano con lo spreed e con le politiche restrittive. Eppure, questi non capiscono che il mondo sta cambiando, nonostante le minacce, nonostante la retorica falsa dell’Europa dei popoli.

Il comune cittadino comincia a capire, si pone domande; a chi appartiene il denaro? Perché la finanza non è regolamentata, perché non ci sono soldi? Come dire che non si fanno strade perché non ci sono chilometri.

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