Dopo il terremoto

Dopo un terremoto

 

Sono studenti, lavoratori, sono pieni di futuro e sono uno schiaffo all’idea della morte e del dolore.

Ma adesso sono morti, presi da quel possibile nulla che tutti noi fuggiamo. Eppure sono così vivi e così presenti fissati in quelle istantanee, e i loro occhi sono così unici, tanto che mi terrorizzano.

Sono sguardi che interrogano, espressioni ormai spente per sempre che pure insinuano in noi una selva di domande.

Noi, i vivi, adesso più morti di loro. Noi, i vivi che ingannano le domande gettandosi nel lavoro o negli svaghi programmati per questo fine settimana che si spera sempre pieno di sole.

Noi che litighiamo per niente e ci dividiamo per niente nel nome di una squadra di calcio o di un partito, di un Dio assente o di uno troppo presente.

Loro no; essi ci guardano insieme, uniti dal sacro vincolo della morte, dal sacramento che nessuna forza d’uomo, per quanto potente, scioglie.

Non hanno più sesso, razza, religione, titolo o status, eguali ed unici, più vivi di ogni vivo.

Il loro potere è il loro non potere, o meglio il potere di quel silenzio e di quella tenerezza che per un po’ avrà la forza di unire anche noi; i rimasti, i fortunati, i dolorosi e distratti abitanti della vita.

Ma nel silenzio io vedo un volto di un altro giovane, morto e sepolto nel vostro stesso giorno, il giorno della verità. Solo se guardo a Lui, posso guardare voi e credere che in quelle vostre foto, contro ogni speranza, viva il domani.

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