Fuga dalla libertà. Il Trentino.

 

 

 

 

Di solito quando muore un “cristiano” attempato e magari malaticcio i giornali tirano fuori il coccodrillo; un profilo del defunto preparato con netto anticipo.

Oggi ha esalato l’ultimo respiro un quotidiano di anni 75, un giornale in discreta forma e pieno di voglia di vivere. Non se ne è andato per volontà propria, ma per dolorosa eutanasia. Wikipedia con il solito distacco ha puntualmente registrato l’evento: “il quotidiano il Trentino è stato…” Già al passato, una storia archiviata con una riga.

Proprio oggi m’ero deciso, manderò un nuovo articolo al giornale. Così stendevo le prime righe ma, vengo subito fermato da una tempestiva soffiata: l’hanno chiuso.

Si sapeva, era nell’aria si ripeteva: “due giornali sono troppi.” “Ma troppi per chi? Per l’editore, ovvio. C’era da aspettarselo dunque. Ma i giornali non sono mai troppi.

Mi dicono sia finito l’inchiostro. Dopo settantacinque anni le scorte sono esaurite; nessuno si è premurato dell’inverno incipiente. Hanno fatto una riunione del consiglio di amministrazione e hanno comunicato il verdetto ai dipendenti. Una mossa rapida, imprevista, come quando si sottrae un dente senza anestesia con gesto risoluto e fulmineo. Le preghiere dei dipendenti, i contratti di solidarietà, non sono serviti a nulla. Dicono il covid sia una concausa; d’altra parte oggidì è quasi d’obbligo morire “con il covid.”

L’inverno della libertà, così titolerei l’articolo se lo avessi scritto.

Inverno, stagione che può essere romantica ma pure stagione posseduta del gelo, ritratta, sterile. Inverno della libertà, delle idee, delle passioni. Oramai troppi confondono il pensiero, il vociare su ogni cosa, il diritto d’opinione, con la libertà.

Ma il confronto di idee crebbe quando si moltiplicarono i giornali e quando a scrivere su quelle colonne si alternarono fior di “pensatori.”

Dopo la dittatura, nel 1945 c’era una gran voglia di idee e di confronto, c’era passione non odio. A questo servivano i giornali, a coltivare sogni e rendere meno faticosa la lettura di un popolo semianalfabeta; il maestro Manzi non aveva ancora cominciato il proprio prezioso lavoro.

Si dirà che oggi abbiamo la rete, ma la rete confronta emozioni partigiane, ben di rado idee; in rete puoi urlare, tanto “nessuno ti sente”, in rete ti puoi nascondere e colpire, in rete un like gonfia d’orgoglio e fa sentire in mondovisione. In rete non ci sono i vecchi.

Che importa; oggi i giornali non servono più, sentenziano non pochi ragazzi. Costano troppo, le notizie costano, i giornalisti che fanno inchieste costano. Qualcuno osserva che le notizie sono troppo poche, un altro che sia finita la carta.

È stata una sorpresa, hanno chiuso il Trentino. Non per via della zona rossa, no! La pandemia non c’entra. Hanno chiuso il giornale, non lo sapeva nessuno nonostante le voci. Neanche “l’editore lo sapeva.” È il mercato. Ha deciso democraticamente chi deve vivere e morire. Allora mi sono chiesto cosa avrebbe fatto Giorgio La Pira, memore della vicenda che lo vide protagonista come sindaco di Firenze quando chiusero la fabbrica Pignone.

Il sindaco “santo”credo avrebbe convocato i politici, l’editore, i giornalisti, e avrebbe preteso nessun posto di lavoro andasse perduto; avrebbe cercato un accordo, una soluzione temporanea insieme a loro per salvare il lavoro e il giornale. Avrebbe attivato le “sue Clarisse” perché sostenessero con l la preghiera chi era impegnato a sciogliere la complessa matassa. Lui lo poteva fare.

Pochi anni dopo in Sicilia, Pippo Fava, il direttore dei Siciliani; un giornale composto da ragazzi, aveva coinvolto “tutti” a Catania. Aveva creato una cooperativa per dar vita ad un foglio libero. Per questo Nitto Santapaola lo aveva fatto ammazzare; in quel posto le testate scomode si fermavano così. Quel giornale denunciava la mafia in condizione estremamente complesse, esso fu creato e tenuto in vita grazie alla passione e alla condivisione di un pugno di Carusi.

Questa era la via da percorrere, il problema doveva essere affrontato insieme; se il Trentino non “poteva che chiudere” tale decisione doveva essere il frutto di una scelta condivisa, maturata insieme, dopo aver percorso, sempre insieme, ogni via. Il liberismo e il profitto però, conoscono solo i bilanci in attivo. Incontrano,non persone, bensì clienti e fattori produttivi dal volto anonimo.

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