I miserabili

Perdonatemi tutti io non ho fatto nulla, sono soltanto un testimone fortunato e triste. Non cerco notorietà, ho solo il desiderio di raccontare di questa ferita che sanguina sempre.

La vita dei miserabili ha il volto di una donna rincantucciata in una stamberga dalle pareti umide. Un anfratto, una spelonca tirata su da qualche speculatore, “secoli” fa, e occupata, come mille altre dai miserabili che nessuno vuol vedere.

Non è vittima della povertà nobile di un tempo, sfacciata e orgogliosa, a tratti persino felice, d’una spensieratezza e di una speranza pazza e sbarazzina capace di scorgere nel buio una luce.

La miseria è un’altra cosa è l’essere rifiutati, l’essere colpevoli di non avere niente, d’aver perso tutto per colpa propria. La miseria è l’abbandono; senza un campo da cui trarre, fosse pure una patata; senza un medico che ti visiti  a domicilio e s’accontenti di un sorriso e di un bicchier di vino. No! la miseria è cosa d’oggi, contemporanea; solitudine senza appello, sconosciuta alla moltitudine, un numero su una scheda per i servizi sociali perché il buon sguardo del vicinato non esiste più.

La vita dei miserabili ha il profilo di quella donna.

Viveva con la madre la poveretta, dividevano tutto, lacrime e solitudini, rotocalchi lisi da troppe dita, raccattati nel “salone” di Emma la parrucchiera, un salone che era una stanza calda e piena di vita e di parole di donne.

Passavano ore in silenzio madre e figlia perché tra loro bastava uno sguardo. La madre tirava una misera pensione che bastava un mese, a saper gestire  quei pochi spiccioli con la parsimonia di un vecchio ragioniere.

Ora la vecchia mamma è morta e lei ha perso tutto.

Fin tanto che hai una madre puoi perdere il lavoro, la casa, ogni cosa, ma resti forte, perché hai una madre. Con lei bastava una parola, bastava sedersi a tavola insieme e consumare quel poco, che insieme, faceva sembrare un banchetto, un piatto di fagioli con cipolla, un po’ di pane e un cartone di vino.

Ora sei lì, peggio che in una grotta; almeno in quella avvertiresti il lavoro della natura, un fare che non è mai brutto. L’uomo invece, è capace di imitare le stelle, di rendere un cielo più bello del vero, come è capace d’ogni orrore.

La tua casa è così, un incompiuto anfratto tra baracche tutte eguali.

Adesso sei lì, in un fondo dove non arriva la luce e dove non scorre l’acqua se non quella piovana che scivola lungo le pareti e che raccogli in un recipiente posticcio appeso al tetto.

Aspetti e guardandoti capisco cosa significhi tirare avanti. Aspetti tutto finisca perché la rassegnazione è immobile. Sembri una giovane vecchia dai capelli unticci e grigi che colano lungo il collo come lucidi serpentelli.  Nei tuoi occhi c’è una luce che ricorda il tempo migliore di una donna che forse fu bella.

La tua è una fede semplice, dovresti bestemmiare perché la sorte ti ha presa per il collo e gettata a terra; invece, con devozione hai sistemato dei fiori di campo davanti ad una foto di Padre Pio. Non servono i teologi, i filosofi, i saggi, servirebbero i poeti per raccontare la tua fede; tu ami Dio perché da lui quaggiù non t’aspetti nulla; non sai cosa siano la giustizia sociale, le rivendicazioni, i comitati, i partiti; semplicemente aspetti l’altra vita e sai che solo in quel posto potrai rivedere tua madre.

La vita dei miserabili ha il volto gonfio di un uomo d’età indefinita, né vecchio né giovane. Vive in un villaggio abusivo alla periferica di una città del sud. Se lo vedi dall’alto, quel pezzo di terra, non riconosci che una sequenza di tetti che spuntano l’uno sull’altro a comporre un mosaico di miseria e paura. Occhieggia qua e la il bianco di una parabola che porta il mondo della luce e dell’apparenza dentro quel girone dantesco.

L’illusione di un altro mondo è l’oppio dei miserabili, ma non si tratta di un cielo e di una terra nuova, di un paradiso futuro. L’altro mondo rimbalza tra immagini e suoni, soubrette e giochi, politici impettiti e fiction attraverso il televisore. Qui, la tv, non si nega a nessuno.

L’altro mondo dura lo spazio di una storia, di una rivendicazione urlata, di un amore raccontato, di una protesta apparente, di una che è uscita e diventata famosa.

Perché lei era bella, sapeva cantare, ha avuto fortuna, perché non ha fatto la schizzinosa. Tutto fa audience, tutto fa brodo e si tira avanti. Ma lei, non era tua figlia, nonostante tua figlia sia bella, con occhi corvini, lunghe ciglia e gambe infinite snodate su caviglie sottili. Tua figlia si è messa a studiare e fa bene, forse un giorno ti porterà fuori di li. Di tempo però ne resta poco.

Quell’uomo che svive, lo dice: “ho un melanoma al quarto stadio e due noduli nei polmoni, colpa dell’amianto, di quelle vecchie onduline” che coprono il misero quartiere.

La vita dei miserabili è fatta di file per la spesa, di colonne infami agli sportelli comunali, di occupazioni e di sgomberi, d’inevitabile malaffare. Di maestri di strada, di scuole improvvisate da eroici insegnanti; di assenze.

Assente il comune, assente lo stato, assente la provincia, assenti i funzionari, assenti tutti.

La vita dei miserabili è fatta di madri bambine, di negozi chiusi, di lavori improvvisati. C’è chi raccoglie il ferro ed ogni altro metallo tra le strade dove si ammassano i rifiuti, chi s’improvvisa negoziante porta a porta e ricava una miseria, chi s’inventa una lotteria, chi stende la mano, chi ruba chi si affida alla criminalità.

La vita dei miserabili è sempre la stessa lungo i secoli, ha le fattezze di tutti gli sconfitti, dei minatori morti come topi in trappola, dei giovani dissidenti spariti, dei ragazzi gettati in mare da un aereo della “sicurezza” argentina, di uomini e donne torturati oggi come ieri.

È la vita dei dimenticati, dei bambini malati di cancro in Campania, dei miserabili che frugano tra i rifiuti. Degli schiavi di ieri e di oggi.

La vita dei miserabili è quella dei soldati partiti per qualche guerra convinti di difendere un ideale, per poi scoprire che non c’era nulla da difendere se non la loro vita restituita in un sacco di cerata e dimenticata.

Questo mondo è ricco da impazzire, eppure si muore per niente, di niente; e le mie stesse parole forse non sono che un tributo alla piccola vanità che permea le nostre vite. Perdonatemi tutti.

Se esiste un’immagine di Dio davanti a tutto questo, essa non può che dire passione, abbandono. La teologia della croce. La giustizia non basta, non recupera nulla di quanto è colato lungo l’imbuto del male. La vera giustizia non dimentica nessuno ha occhi che vedono dietro e davanti. La morte, ogni morte, insieme alla vita dei miserabili di tutte le stagioni è un vegetare, un annasare il futuro come lupi affamati. Essa attende un riscatto che solo il Dio abbandonato sulla croce può dare.

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