Un campione in fuga.

 

 

L’anima che viva veramente, spesso disobbedisce.

A chi?

Al mondo e alle convenzioni del facile vivere.

L’anima che viva intensamente vibra per una sete che mira sempre al massimo, all’eccesso e perciò sovente sbaglia. Per questo Dio ama i dannati della terra, gli sconfitti.

Maradona fu un vincitore e uno sconfitto e portò i segni di questa ferita, sempre.

L’anima che vive si fissa nelle orbite di quell’uomo, a volte ne impasta la voce, a volte lo fa bambino che senza remore scopre l’ipocrisia e quando è scoperto per aver compiuto una marachella, chiede scusa con quegli occhi, senza cercare vie di fuga.

Maradona è stato anche questo, un bambino morso dal desiderio di giustizia, perché lui veniva da un rione dimenticato da Dio, dove non c’era né acqua né luce. Aveva visto sua madre farsi in quattro per colmare il piatto quotidiano, l’aveva vista piangere, aveva sentito il suo amore, che fermentò da allora nel suo sangue, come un vino unico. “Mia madre non aveva nulla ma mi ha dato tutto”, dirà. Dio ama scrivere su linee storte, perciò lo aveva preso, il ragazzino, e gli aveva regalato un corpo con degli “equilibri impossibili”, utili per la palla, utili per il gioco.

S’era poi dimenticato, nostro Signore, di sistemare quella testa, anch’essa dalle geometrie imprevedibili.

Diego con la palla fu un artista e la sua vita un capolavoro ricco di recite. L’eccesso e la fama, a volte non reggono gli sguardi degli adornati uomini qualunque, in perenne ricerca di un mito, di “un rito”, vivo e nuovo.

L’anima del Pibe fu ferita e dissipò per questo molti tesori. Ma mai venne meno nel cuore dell’eterno ragazzo, quella promessa di regalare a mamma e a tutta la famiglia, una vita da signori. Dissipò, per questo, “molte vite”, dissipò se stesso nel cedere ad amicizie ed incontri spesso interessati. Fu sempre prodigo, “un peccatore innocente”, che mai calcolò, che mai capitalizzò fama e fortuna. Amò le donne con la naturalezza di un bimbo davanti ad un negozio di dolciumi. Fu religioso a suo modo, un “cattolico pagano”, concreto, capace di peccare e gettarsi in ginocchio a chiedere perdono a Dio o ad un amico. Non sopportò mai i ruffiani, le lingue doppie, i calcolatori; si mescolò a folle di disperati e a personaggi dal dubbio profilo. Scelse Napoli e Napoli scelse lui, per sempre. Perché Napoli era un po’ come lui, eccessiva, superstiziosa, devota, creativa, multicolore, contraddittoria; come la vita. Sapeva piangere, anzi, i suoi occhi, anche quando ridevano, lasciavano colare una malinconia; solo quando l’anima è malata diventa incapace di lacrime.

Nel Maradona uomo convissero luce e tenebra.

Voglio così concludere, cari ragazzi, con le parole di Alda Merini: “La persona che piange e che ride ha toccato i vertici dell’umanità e spesso il nero della menzogna, ma anche la tenebra è un sudario da cui si può riemergere, perché un seme di luce ce l’ha anche la tenebra”.

Maradona fu soprattutto luce, per gli occhi e per il cuore.

“Ho vissuto ottanta, novant’anni” disse durante un’intervista qualche tempo fa.

Era pronto; l’ultimo regalo il suo Dio glielo ha consegnato a domicilio. Grazie.

 

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