Il dolore negato

Si chiama algolofobia, è l’ideologia ben affine al neoliberismo che vanta la pretesa di iscrivere il dolore nell’alveo rassicurante della prova. La chiamano resilienza; come scrive argutamente un grande filoso, Byung Chul Han: “l’ideologia neoliberista della resilienza trasforma le esperienze traumatiche in catalizzatori di un aumento di prestazione. Si parla addirittura di crescita post traumatica”. Sotto questo punto di vista persino la guerra sarebbe un’occasione per crescere, per lo meno per coloro che sono rimasti vivi.

Io preferisco l’idea della tenerezza, il volto di una madre che arresa tiene fra le braccia il figlioletto morto. Il gesto del padre che scende nella fossa dove giace il suo ragazzo attinto da un proiettile vagante e il dolore per quel papà è così grande che si stende accanto a lui. La tenerezza non ha sesso, genere, orientamento; è tenerezza.

L’enfasi posta sulla prestazione, sulla prova, sul valore della sconfitta è un surrogato radical chic della guerra fra i singoli il cui epicentro è l’egoismo e l’invidia. Ha ragione il poeta Franco Arminio quando scrive: “L’invidia è così potente da farci pensare che la nostra casa stia più saldamente in piedi se cadono le case degli altri.”

Spesso la scuola coltiva questa lotta, chiamando il tutto, merito. Perché ciò possa accadere servono unità di misure stabilite dai più forti; per accedere a certi livelli devi realizzare “i minimi,” come ai trials americani. Il sistema poi, e voi ragazzi lo sapete bene, ha stabilito “un reddito di sopravvivenza per lo studente meno fortunato” relegandolo in scuole di secondo rango. I più solidi economicamente e familiarmente invece hanno infinite risorse, pagano psicologi, certificano disturbi che non esistono, pagano lezioni private, trasferiscono i figli in istituti a pagamento quando la situazione sia incerta o irrecuperabile.

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