Il primo Jihadista europeo

In questi giorni, stucchevole, consolatoria, stolida, sento ripetere una litania di questo tipo: “l’immigrazione non ha alcun rapporto con il fondamentalismo violento, prova ne sia che gli attentatori di Parigi erano di fatto, due francesi”. A questa considerazione solitamente ne segue un’altra: “ dobbiamo ripensare le politiche di integrazione”. Questa è la banalissima vulgata di gran parte dei “pidini italiani”.

Banalità di adolescenti della vita, improvvisatisi statisti. Vi siete mai chiesti su quale tipo di integrazione, su che basi, su quali valori, dovrebbero sintonizzarsi i musulmani? State forse pensando alla libertà declinata nella forma del libertinaggio, del nichilismo, della dissacra zione e della derisione? Non sapete, che da secoli, in particolare l’islam sciita quando vive in una condizione di minoranza ammette e pratica il kattman, detto altrimenti taqiyya, cioè l’arte della dissimulazione, del nascondimento della propria identità. Ora accade che dopo un lungo periodo di incubazione, la fame di identità, dentro il vuoto delle nostre metropoli, faccia sentire la propria voce.

Il 29 settembre 1995 un ragazzo franco-algerino viene giustiziato dai gendarmi francesi in una piccola cittadina vicino a Lione, si chiama Khaled Kelkal. I poliziotti francesi nell’atto di ammazzarlo pronunciano la parola, “Fini-le, finiscilo”, il ragazzo punta la pistola, è ferito, ma vuole morire.
Khaled in una lunga intervista raccontò la propria storia, il proprio senso di sradicamento, il ghetto delle banlieue, l’abbandono della scuola, i primi atti illegali, il carcere. Sarà questa condizione a generare nel giovane franco-algerino il bisogno di un ordine, di una radice attraverso cui dare alimento ad una vita che andava inaridendosi. Le nuove radici in fondo furono un ritorno alle parole, alla lingua, ai precetti morali del profeta. Aveva lasciato l’Algeria nella totale inconsapevolezza di un bambino di due anni, ora vi “ritornava”, perchè la patria francese, la nazione dei lumi e della laicità eretta a dogma, non gli apparteneva; di più, gli era estranea, come lo era per moltissimi suoi coetanei. In breve quell’estraneità divenne reciproca ostilità. Cosa volevano le nuove generazioni di musulmani cresciute a “pane e laicité”, stessero buone, si adeguassero alla modernità. I ragazzi volevano uscire dal nascondimento, pregare orgogliosi nelle loro moschee, farsi crescere la barba liberamente, mentre le donna andavano fiere di portare il velo, come una bandiera, con l’orgoglio di raccontare al mondo la propria fede. Intanto il mondo si trasformava, gli antichi confini cadevano, le mani interessate degli ex colonialisti si allungavano su nuove prede. Cova nei paesi d’origine di questi ragazzi, uno spirito di rivalsa violenta, si mescola a dottrine dimenticate intrise di sangue e martirio, si mescola all’idea di riscatto sociale, offesa subita, violenza vista troppe volte. L’occidente non piace, sentite cosa risponde Kelkal : “ per me gli occidentali non hanno nessun rispetto. Io non potevo fumare davanti a mio fratello maggiore. Mi vergognavo di fumare: è rispetto. Non potrei mai uscire con una donna, io non la porterei con me, non potrei baciarla davanti ai miei genitori, questo è impossibile. Il tipo che bacia la sua donna davanti ai suoi genitori….È la libertà? No, è mancanza di rispetto. Ce ne sono anche alcuni che guardano film pornografici con i loro genitori. È una vergogna, una mancanza di rispetto. Loro insultano la religione… Io non sono né arabo né francese, io sono musulmano.”
Per questo tipo di ragazzi dunque l’idea di nazione non conta nulla, ciò che appare essenziale è la presenza di un insieme di valori radicati nella religione e capaci di creare una comunità che li condivida. Di questo hanno bisogno, ed è su questo che ha giocato il concetto di reislamizzazione. I paesi europei che hanno accolto tantissimi immigrati provenienti dai paesi di religione musulmana, di questo non hanno capito nulla. La Francia ha invece contrastato ogni forza identitaria, identificando nelle tradizioni religiose un peso da tollerare e via via emarginare. Ma dove vengano meno i vincoli forti, dove non si ponga un argine ai desideri, germina la violenza. Sentiamo ancora Kelkal: “ così voi siete concentrati in città e siete sicuri di essere notati. Voi entrate numerosi in un bar. I francesi possono entrare numerosi in un bar, ma noi se entriamo numerosi, in sette o otto, i francesi diventano pazzi. Allora io penso che non sono più a casa mia.”
Questo non giustifica un solo atto di violenza, ma ci permette di capire un pochino di più e di comprendere come nel corpo delle nostre metropoli già venti anni fa fosse in atto una mutazione.
Kelkal, ricordiamolo fu implicato nell’assassinio di un imam moderato, più volte minacciato dalla Già, ( gruppo islamico armato), inoltre parteciperà il 17 agosto 1995 ad un attentato che provocherà a Parigi otto morti. Morirà, come detto, il 29 settembre dello stesso anno.
L’attuale momento storico presenta due ordini di problemi, uno che riguarda le guerre civili alle porte dell’europa, con annessi attentati nel cuore della stessa, quasi si trattasse di un prolungamento di quei conflitti. L’altro che ci impone di ripensare il fondamento morale delle nostre comunità, se è lecito parlare ancora di comunità. Le nostre nazioni appaiono smarrite, incapaci di condividere valori un tempo ritenuti ovvi. La pornografia dilaga, la pedofilia è sempre più presentata come un orientamento sessuale, il vizio è assurto a motivo di vanto, la famiglia è negata come luogo di generazione nell’alterità dei sessi, l’infedeltà e il poliamor vengono esaltati come terapia dell’amore, la stabilità coniugale è irrisa. L’unico valore appare l’io che si autodetermina in modo anarchico. I confini sono demoliti in nome del mercato, i capitali esautorano i parlamenti, le religioni vengono umiliate in nome di un mondo dominato dal nulla. Ripeto la domanda: come può un qualsiasi musulmano moderato sentirsi a casa propria dentro una “ Città” così ostile?. Il mondo è cambiato, oggi la grande Umma, non dissimula, non tace, alza la testa in modo perlopiù pacifico, e davanti cosa trova? Il ghigno beffardo di un occidente che non riconosce alcun valore sacro. Dentro questi spazi, alligna l’estremismo portato dai venti di guerra che aleggiano in Africa, in Medio oriente, in Asia, al rombo dei bombardieri occidentali. Se non emarginiamo gli estremismi, religioso e ateistico, l’anomia e iL disordine avanzeranno alimentando un mondo popolato dalla violenza. È necessari un nuovo patto di civiltà fra le fedi e le tradizioni umanistiche più ispirate. Un patto che ripensi il rapporto fra identità e pluralità, che immagini un’economia diversa e un rapporto fra i popoli, di mutuo soccorso, in una parola di fraternità.

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