Il vincitore e gli sconfitti.

 

Che fine hanno fatto gli sconfitti delle ultime elezioni? Di essi sembrano sopravvivere, vuoi i riposizionamenti, vuoi gli ultimi proclami dal volume sempre più tenue, se non smarrito. Che fine hanno fatto i vincitori. Le strade di Rovereto sembrano tornate deserte. Il coronavirus per ora ha congelato i nodi irrisolti, concentrando tutta l’energia economica e di pensiero dentro un presente problematico.

La nomina dei presidenti delle circoscrizioni a Rovereto – ma credo un discorso non molto diverso possa valere per Trento- manifesta, nella logica della povera lotta per lacerti di potere, il grado di sudditanza partigiana cui è oramai soggetta la politica. Non parlo di partiti: essi, o quanto di loro resta, ravvivano nella memoria ben altri sfondi ideali. Qui, si tratta molto più prosaicamente di partigianeria. Quest’ultima, non conosce alcuna ragione per dialogare, seppure da posizioni anche distanti; il suo modus operandi è sempre lo stesso: portare dalla propria parte quante più poltrone, quanto più potere -fosse pure una sottocommissione di una circoscrizione-  possibile.

La logica è sempre la stessa, duale: quella dell’amico – nemico. Solo alimentando questa dicotomia è possibile non entrare mai dentro la reale portata dei problemi. La carenza di case, l’assenza di sicurezza lavorativa, la chiusura dei negozi e delle attività commerciali, la sicurezza, l’ostracismo verso lo straniero o all’opposto la sottovalutazione dei problemi che l’incontro tra popoli diversissimi può generare.  Tutte queste, insieme a molte altre, sono spine realissime che sovente vengono lasciate incancrenire nella carne viva della società civile. Chi governa è unito per la forza d’inerzia generata dal potere, chi non governa procede solitario senza più alcun collante.

Così, pedestremente si amministra l’oggi, il solito; distribuendo cariche secondo un copione assai prevedibile: chi ha vinto, prende tutto.

Un quotidiano che pure conserva la dignità grazie a chi lavora, grazie al personale sanitario, a chi, e sono molti, compiendo il proprio dovere senza troppo rivendicare, mantiene in vita uno straccio di amore disinteressato.

Per altro verso, aimè, la stoica e laboriosa serietà dei molti, sembra accompagnarsi alla disillusione verso la politica, quasi i cittadini non avessero più la forza di sperare in qualche cambiamento, cedendo alla rassegnata vita di tutti i giorni. Si tratta, quando ancora persista un’idea di futuro che superi la stanca ferialità della dimensione domestica, di uno sperare senza palpiti, senza sussulti; la fine delle ideologie sembra aver seppellito il senso dell’utopia, del sogno possibile, cedendo il campo a calcoli ragionieristici, per forza di cose aridi.

Avremmo bisogno di “poeti, di artisti,” che prendessero parte alla costruzione di nuove prospettive; avremmo bisogno di uomini, che senza essere dei temerari, sapessero traguardare oltre i confini del già detto, sentito, ripetuto. Destra e sinistra, lo ripeto, sono categorie superate e il civismo, sempre più appare come un travestimento volto a legittimare le fazioni partigiane. Perché oggi, conta solo vincere, a tutti i livelli. Ed è forse questa la ragione della crisi della politica. I padri costituenti non volevano vincere, la parola vittoria, nel loro cuore, evocava la lotta, la guerra. Vincere è sempre pretendere la resa dello sconfitto, anche quando questa resa sia onorevole. Rispetto ai vincitori preferisco gli sconfitti. Forse per questo abbiamo bisogno di nuovi uomini, di nuovi valori, di poeti.

Di un pensiero nuovo che “costringa” al dialogo, perché solo il dialogo ha il potere di snidare le “differenze” che fungono da paravento e legittimazione di chi dal potere non vuole staccarsi. Un esempio? Per alcuni i migranti sono comunque e sempre una risorsa, per altri comunque e sempre un pericolo. I partigiani di queste fazioni hanno tutto l’interesse a che mai si affronti la realtà del problema perché entrambi vedrebbero dileguare la ragione del loro stesso esistere.

Forse per questo avremmo gioito se a Rovereto, come ovunque, il vincitore avesse riconosciuto allo sconfitto un ruolo. Ma forse questo tempo non è ancora maturo.

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