La domenica del villaggio

Comincerei dalla fine: “Non sarebbe male aprire delle cappelle dentro i centri commerciali, così la gente potrebbe, finite le compere, andare a messa”.

Ho tradotto con parole personali il finale di un articolo di un giornalista Trentino.

Prima dell’originale proposta relativa alle cappelle aperte nei centri commerciali, venivano elencati, nel testo della breve riflessione, i vantaggi in termini occupazionali conseguenti all’apertura domenicale dei negozi; non solo, si esprimeva soddisfazione per il fatto che il personale della domenica percepisse indennità più laute e, nel caso di lavoratori occasionali, tale personale, fosse garantito quasi come quello a tempo indeterminato.

La visione mercantilista americano centrica ha dunque colonizzato gli spiriti; quanto paventò negli anni settanta Pasolini è accaduto. L’unico, indiscusso, atemporale, sacrale valore, sembra rappresentato dal circolo produzione-consumo.

Un consumo omologato, identico ovunque, stimolato da bisogni simili, indotti dalla presenza ubiqua della stessa logica e degli stessi investitori.

Non li chiamo produttori, perché dietro ogni attività economica globale siedono pochi personaggi che investono e i cui capitali superano sovente i bilanci degli stati.

Diventeranno padroni di tutto, già si ipotizza l’esistenza di “Stati privati, gestiti e perché no creati da qualche multinazionale”. Lo stato nazionale è avversato e giudicato fascista, latore di conflitti, dai signori del globalismo apolide. Mentre lo “stato privato” è auspicato, perché capace di esaltare le libertà del consumo e dei desideri.

Esistono già oggi comunità cittadine modellate sui principi e i valori veicolati da importanti marchi commerciali. Oggi, i prodotti sono trasformati in esperienze, si comprano emozioni, modi di essere; uno stile di vita.

Per questo, la saggia proposto di restituire la domenica, almeno in parte, alle famiglie – ma esistono ancora? – andrebbe accolta, perlomeno con interesse. Ma l’artiglieria pesante di tutti i mass media ha sferrato un attacco contro l’ardire dei nuovi governanti.

In realtà, il sistema mercato, ha dissolto la famiglia. Chiamando famiglia tutto, legittimando  ogni tipo di unione, persino quella con se stessi, nulla è più famiglia. Ci sono voluti anni per demolire l’elemento di eticità che alimentava l’istituto famigliare, così come inteso Hegelianamente. L’obiettivo fu quello di dar vita alla dimensione del consumatore solitario. L’uomo autarchico, dai legami temporanei, senza il gravame di bambini, senza identità, dalla sessualità fluida, libero dalla “costruzione del corpo” sempre più si affaccia all’orizzonte delle nuove legislazioni.

L’idea di tutelare il precetto festivo invitando anonimi consumatori a frequentare la chiesa del centro commerciale, in tutta la sua ingenua contemporaneità, esprime proprio questa aberrazione. Persone sconosciute l’una all’altra, si incontrano occasionalmente una volta, per poi non incontrarsi più, in un centro commerciale.

Fosse il negozio di quartiere, dove lavora da sempre il Toni, potremmo ancora sperare; ma no! Un’epoca è declinata.

Per venire alla dimensione religiosa, si tratta del pervertimento del concetto stesso di eucarestia, momento nel quale una comunità riconosciuta e riconoscibile si ritrova.

“Ecco è arrivata Tullia, siede nel primo banco, come sempre, e c’è quella famigliola nuova e c’è il coro, tutti il sabato sera, perché la domenica alle undici cantano i bambini e ci sono i ragazzi della catechesi.”

Così funzionava e questo significava e significa, santificare le feste.

C’è poi un ulteriore discorso, il valore condiviso del riposo settimanale; un’invenzione ebraico cristiana, sconosciuta la mondo pagano. Lo spirito ha bisogno di riposare, di contemplare, di fermarsi, di silenzio, l’opposto della frequentazione dei centri commerciali dove impera la musica di sottofondo, o meglio la cacofonia.

E poi, cosa c’entra il lavoro che si perderebbe? Chi ha generato la crisi del lavoro in Italia?

Nel nostro paese si potrebbero creare centinaia di migliaia di posti di lavoro, nel rilancio e nella messa in sicurezza del territorio e delle infrastrutture, nell’industria della cultura, nell’assistenza ai deboli, nel potenziamento degli organici degli insegnanti, nella costruzione di quartieri decenti, nella prevenzione della devianza giovanile, nel potenziamento del personale medico… devo continuare? Perché no si fa?

Perché la logica della vita come consumo è la stessa che ha generato l’euro, non una moneta, ma una forma di dominio, è la stessa che esalta il globalismo senza radici e finanzia in nome di una inesistente solidarietà, la deportazione di interi popoli dai loro luoghi di origine.

No! La domenica del villaggio non esiste, perché il mondo è stato trasformato in un non luogo, senza centro e valori e i piccoli commercianti che abitavano questo villaggio ideale, non hanno mai avuto interesse ad aprire i loro esercizi sempre; la domenica del villaggio è morta con la nascita del villaggio globale, del commercio on-line, dei centri commerciali.  Ma in fondo il villaggio globale non esiste, esso è un tragico eufemismo che esprime semplicemente il consumo come unico principio di vita.

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