Le piante e il neoliberismo

Anche le piante comunicano. La prima pagina del Corriere ci informa che tra gli alberi esistono rapporti di “relazione” volti ad affrontare il pericolo.

È questo un tratto tipico della natura non ragionevole; essa è tutta tesa alla conservazione. L’unico obiettivo del regno vegetale è quello di vivere; per l’uomo invece questo è il primo obiettivo temporalmente, non a livello valoriale. La bellezza ostentata dalla natura arborea e vegetale con il miracolo dei fiori colorati che dipingono i paesaggi non è che un’inconsapevole riflesso della vita. Eppure è bello pensare come ordine dell’essere abbia uno scopo, un senso, e che il tutto viva grazie alla collaborazione delle parti. Non è perciò vero, in termini generali, che il più forte sopravvive e il più debole soccombe. Studi non recentissimi, ma serissimi, attestano come anche a livello biologico la collaborazione fra gli elementi produca un vantaggio rispetto alla brutale competizione.

L’universo dunque vive attraverso delle relazioni collaborative, se non vi fossero, in breve, tutto finirebbe.  In questo ordine “razionale” e collaborativo, cioè volto alla soluzione di problemi, spicca la forza della ragione, la facoltà  che consente all’uomo di sottrarsi persino all’istinto di vita, qualora un sentimento d’amore esiga il sacrificio. Una madre morirebbe per il proprio figlio, il martire dona la vita per salvare un innocente. La storia è colma di questi esempi, l’ideale prevale sull’istinto di vita. La “carne” è più forte solo apparentemente.

Tutto questo dovrebbe far riflettere i guru del liberismo che esaltano le virtù competitive raccontando la trita e ritrita favoletta che dalla competizione trarremo tutti giovamento.

Il fine dell’economia non è la libera circolazione delle merci e dei capitali, come recitano i trattati europei; sarebbe interessante sapere al riguardo in quale categoria ricada la persona umana?

Il fine deve essere il bene comune, la collaborazione, il superamento dell’istinto individualistico.

Per questo, pur non negandone il ruolo, dovremmo collocare con attenzione lo stimolo competitivo ad un livello non primario, ma secondario.

Cara, vecchia, santa, dottrina sociale della Chiesa; questo tu insegni da sempre. L’uomo vive di relazioni; la gratuità e l’altruismo sono sane virtù da apprendere ed esercitare. Ma se proprio non ci riusciamo, se non ascoltiamo la voce  della ragione; in epoca di  ecologismo modaiolo spinto, impariamo almeno dalle piante.

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