Oroglio e miseria

 

 

 

L’orgoglio dei miserabili

Quale tipo di programma per realizzarvi offre la scuola?

Siete convinti che i valori trasmessi siano compatibili con la pietà umana, la giustizia, l’impegno, l’amore?

Con amarezza trovo che nella scuola prolifichi la malapianta del conformismo, una specie che a sua volta trova un habitat confortevole nelle meschine ambizioni di successo –e forse a dire il vero appartengono un po’ a tutti noi-. Non che io neghi la naturale speranza di “essere qualcuno”; essa, nelle giuste proporzioni, appare legittima.

Ora chiediamoci: “Cosa accade oggi sui social”?  Il desiderio di apparire non è in essi, patologico, non si confonde sempre più con la dimensione dell’essere sin quasi ad esaurirla?  Non è forse questa la “malattia di oggi”? Quella che fa più vittime? Quella che prima o poi presenta il conto? Un obolo a volte gravoso per le misere “finanze” di un ragazzo; e quando dico finanze alludo alla struttura della personalità e all’autostima, così essenziale per non essere sballottati dalla vita, per star bene con se stessi.

La scuola, in particolare quella dell’obbligo si preoccupa di questo? O non piuttosto del successo scolastico identificato con un voto, con un giudizio che si dice oggettivo?

Quanto è terribile, quanto è assurda l’oggettività, se parliamo di esseri umani, e tanto più se parliamo di ragazzi che neanche sanno chi sono -posto lo sappiamo noi adulti, chi siamo-. Non è questa la domanda più difficile? La domanda della vita?

Una scuola che voglia dirsi severa e giusta non finisce spesso per dimenticare la persona, sostituita dallo studente? Quante volte noi genitori commettiamo lo stesso errore: quello di guardare ai nostri ragazzi più come a studenti che a figli. E allora, a volte, “li perdiamo”.

Siamo a posto con il programma, siamo in linea con la classe parallela, siamo in testa ai test europei, mondiali, siamo i migliori. E non ci accorgiamo che dietro le numericamente tenui eccellenze di una scuola, arranca la moltitudine degli insoddisfatti.

Così accade che i più forti e capaci di resistere ai “colpi della vita”, generalmente i più ambiziosi, o semplicemente fortunati, si adattano, ma non pochi si perdano.

Voglio ora guardare ad una storia che molti credo conoscono perché sentita già alle scuole medie.

Alludo alla novella del Verga, Rosso Malpelo; una vicenda che viene affrontata solitamente con l’intento di mostrare la miseria di una vita e l’iniquità di una struttura sociale, unitamente al destino tragico di un ragazzo senza risorse e senza istruzione. Una novella drammatica, la storia di un quasi bambino, rappresentata nel frammento esistenziale di un ragazzo cresciuto in fretta per sopravvivere, dentro una Sicilia ormai lontana nel tempo.

Eppure questa storia, che andrebbe letta “da grandi” per essere ben compresa, rivela altresì un orgoglio e un valore. Malpelo non sarebbe mai morto di depressione, di anoressia o di noia. Aveva troppa fame, amava troppo il proprio padre, morto travolto da una frana. Era orgoglioso, Malpelo, orgoglioso di essere figlio di quel genitore, fiero della propria miseria e della propria forza. Per questo non aveva paura di nulla. La sera ammirava le scarpe del suo papà, recuperate dalla terra che ne aveva restituito il corpo. Le aveva appese ad un chiodo, ogni tanto le provava, le lucidava e chissà cosa pensava. In questa storia le donne escono male: madre e sorella del ragazzo hanno fretta di rifarsi una vita e fuggono. Il padre invece, fonda l’identità orgogliosa del ragazzo. Malpelo sapeva chi era e non si vergognava di nulla. E i nostri ragazzi?

Maledetta miseria, che oggi ha nomi diversi, volti diversi; con i suoi caduti, con i suoi “perduti”, senza orgoglio, senza speranza, poveri di valori. Ma i nostri ragazzi chi sono? Dove sono i padri, dove sono le madri? Questa domanda -così contemporanea- è rivolta a ciascuno di noi. Per questo, il personaggio verghiano vive laggiù, nelle viscere della terra ed ogni tanto mette fuori la testa e ci interroga.

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