Paolo Borsellino la verità nascosta

Una domenica come oggi, diciannove luglio.

Il giudice Paolo Borsellino lo sapeva che il tritolo era arrivato a Palermo. Tre giorni prima aveva incontrato il suo padre spirituale. Paolo era un credente, un cattolico con la forza di un leone e il   giusto coraggio, quello che serve per non fuggire, ma andare avanti. Al parroco, il giudice aveva chiesto di confessarsi: “Che fretta hai per convocarmi nel tuo ufficio”? “Non ho tempo…” rispose Paolo e c’era una malinconia nei suoi occhi, la stessa che lo accompagnava da anni, la stessa che ne segnava i tratti del volto. Una malinconia non rassegnata, ma tipicamente meridionale, intrisa di fatalismo e di stupore, per la complicatezza bizantina delle trame di potere siciliane. A Palermo, a volte, i silenzi valgono più delle parole. Mestizia, ma non resa, la stessa che potevi leggere negli amari sorrisi di Giovanni Falcone, quando era vivo. Una sigaretta dietro l’altra, il tempo che scorre come sabbia tra le mani. Alcune sere prima, alla biblioteca di Palermo, con voce affaticata e il cuore lacerato, aveva parlato ad una grande platea di giovani, di brava gente, di intellettuali, di politici; aveva ricordato quanto fosse stato lasciato solo Giovanni, il suo caro amico Falcone; nato come lui alla Kalsa, magistrato integerrimo e testardo, trucidato a Capaci insieme alla dolcissima moglie. La psicologia di Giovanni e Paolo conosceva lo “spirito palermitano”, ne scrutava le anse, le acque morte, i vezzi, le mezze parole, i detti. I mafiosi li temevano e ammiravano ad un tempo.

Parlando degli ultimi istanti di Giovanni disse:“Non avesse voluto guidare lui, si fosse seduto dietro come si conviene, forse” …

Questi pensieri premevano nella testa di Borsellino, così come la rabbia e la sensazione tutto non fosse che una fatica di Sisifo. Un sasso rotolato in cima ad un monte che all’ultimo metro, è scivolato giù. Di quell’ultimo intervento pubblico restano i filmati in rete. Borsellino sa che ora tocca a lui.

Domenica diciannove luglio 1992.

Paolo Borsellino ha trascorso il mattino e il primo pomeriggio al mare, nella casa a Villagrazia di Carini. Si era svegliato alle cinque quel mattino; la figlia Fiammetta, in vacanza a Bali.

Paolo fa un bagno e pranza da un amico, Peppe Tricoli, consigliere comunale del Msi. Un sonnellino al pomeriggio, poi alle 16.40 comunica a tutti che andrà dalla mamma in via D’Amelio.

Via d’Amelio è una laterale ampia che va a spegnersi contro un muro, una strada cieca. Alle 16 e 57 il corteo di macchine con il giudice arriva, su entrambi i lati della strada sono posteggiate macchine. Il capo scorta impreca: “Abbiamo segnalato decine di volte che attorno alla casa della signora non devono posteggiare macchine”. Una 126 colore verde imbottita di tritolo sta accanto all’ingresso del palazzo. Alle 16.58 Borsellino suona il campanello. Un boato fa tremare Palermo, poi… il buio.

Dopo ventotto anni, la verità non è ancora stata accertata.

Quello che è certo è che i rapporti fra stato e mafia dovevano essere occultati.

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