Peppino Impastato ricordo di un eroe

 

 

Peppino era fatto così; da quando gli avevano ammazzato lo Zio, don Cesare Manzella, capomafia, aveva capito che cosa nostra “era una montagna di merda”. Così lui diceva. Aveva quindici anni, poco più di un bambino. La scoperta fu traumatica, suo padre, la sua famiglia, erano parte integrante del sistema criminale che dominava anche a Cinisi; il piccolo paese accosto a Palermo dove abitava.

Adesso, dopo la morte dello zio, fatto esplodere per vendetta, dalla nuova mafia vincente, nella zona dominava don Tano Badalamenti; il giovane Impastato lo sapeva, come sapeva che Papà era un grande amico di “Tano seduto”.

La mamma no! lei teneva assieme la famiglia, cercando di smussare i contrasti tra padre e figlio. Perché il figlio aveva giurato di combattere la mafia, sempre; e crescendo la convinzione era diventata un’ossessione. Papà amava Peppino e voleva per lui un grande futuro, era un ragazzo intelligente, creativo, poteva avere tutto, solo avesse lasciato perdere quella fissa su “cosa nostra”. Ma il tempo scavava solchi sempre più profondi. A Cinisi Peppino Impastato si mette in testa di creare un centro culturale, Musica e Cultura lo chiama; l’associazione si pone l’obiettivo di allargare gli orizzonti; la musica e il sapere rendono consapevoli; si dibatte di politica, di intrallazzi, di appalti, di poesia, di cinema, mentre le giovani donne diventano protagoniste, non più relegate al solo ruolo famigliare.

Ma è la lotta al potere ubiquo di don Tano che alimenta la vita di Peppino. L’attacco alle collusioni fra mafia e politica diventa sfida, frontale, senza paura. Si marcia per la pace, si marcia contro la realizzazione della terza pista dell’aeroporto Punta Raisi, una ferita nel territorio che sacrifica case e coltivazioni attigue a Cinisi. Si marcia assieme a Danilo Dolci, sociologo, poeta, idealista, pacifista, si marcia al fianco del pittore Stefano Venuti, che tanto ispirò le battaglie sindacali e le idee di Peppino.

Nascono mostre itineranti che denunciano con foto, piantine, nomi e cognomi, gli intrallazzi politico mafiosi. I cartelli, si spostano da un luogo all’altro del paese e sono letteralmente sollevati da terra, per evitare di essere denunciati per occupazione di suolo pubblico.  Cinisi diventa Mafiopoli.  Peppino è cacciato di casa, la madre lo sostiene; ma il padre è ferito nell’orgoglio, quel figlio sta appestando il sangue di famiglia. Ed in effetti la lotta di Giuseppe Impastato è una tragedia dentro la quale questo ragazzo pieno di ideali strappa le proprie radici, si ribella contro il proprio sangue. Le relazioni d’amore in famiglia sono ferite; dolore che genera dolore, senso del tradimento che contrasta con il dovere di giustizia.

La lotta si fa aspra, il padre di Giuseppe muore. Ora Peppino è nudo, il diaframma protettivo rappresentato dalla fedeltà mafiosa del padre è caduto.

Nasce radio Aut, il livello del conflitto si alza, quasi per risposta al gioco della sorte.

La radio irride il potere mafioso, trasforma i protagonisti del malaffare in caricature; l’onore è offeso nel modo più plateale. I bambini ridono di Tano seduto e di Geronimo sindaco di mafiopoli. La mamma di Peppino sta col figlio, lo adora, ma ha paura.

Così la tragedia finale è preparata; lo prendono, lo picchiano, lo legano ai binari e lo fanno saltare in aria.

Simulato il suicidio con una falsa lettera d’addio, ipotizzato un tentativo d’attentato andato storto come capitò a Feltrinelli, pensano di chiudere la questione.

Trent’anni impiega la verità a saltar fuori. Il mandante fu don Tano Badalamenti. Il potere mafioso aveva tremato, aveva avuto paura di un pugno di ragazzi, si era accanito contro un giovane esile, innocuo in termini di forza fisica, eppure scomodo, perché libero.

 

Un testimone perfetto ammazzato il giorno in cui in via Caetani viene ritrovato il corpo di Aldo Moro.

Due testimoni della verità, così diversi eppure così simili. L’età li separa, l’uno trent’anni, l’altro più di sessanta, l’uno perduto in uno sconosciuto paese del sud, l’altro al centro della scena politica mondiale e italiana. L’uno democristiano, l’altro comunista. Eppure sono simili, perché liberi, perché disposti al cambiamento, perché intelligenti, perché disarmati contro un potere troppo forte e troppo mascherato.

Della morte di Peppino ora sappiamo tutto. Di quella di Moro, molto; ma ciò che forse sarebbe essenziale dire, non si dice. Ci sono i libri è vero, ma chi li legge? Cento passi tra casa di Peppino e quella di don Tano. Cento, mille domande, tra via Fani e via Montalcini, la prigione di Moro.

Ragazzi miei, imparate da questi testimoni. La verità costa, come la libertà, oggi più che mai è tempo di svegliarsi, di uscire dal chiuso dei propri piccoli interessi, per cambiare. C’è un nuovo proletariato, si chiama precariato e la mafia non è morta, anzi, spesso veste in doppiopetto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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