Perché Renzi ha perso?

Perché Renzi ha perso? Questa prima domanda contiene una prima risposta; il voto con il quale Renzi voleva rafforzare la propria leadership, in realtà ne ha decretato la caduta.

Renzi ha voluto il referendum di fatto affermando che lui rappresentava il cambiamento, l’unica cesura possibile con la vecchia politica.

Inizialmente, quando sfidò alle primarie l’intero apparato del partito, vestì i panni del temerario e incorrotto innovatore. Era libero da schemi, astrusi linguaggi, cortigianerie; per questo era forte e per questo Napolitano lo caricò del peso di guidare il governo.

Le elezioni Europee parvero confermare l’irresistibile ascesa del fiorentino, quasi a far da contrappeso allo sfaldamento del centrodestra.

Da questo momento in poi, la naturale autostima di Renzi cominciò a lievitare facendogli perdere il senso del reale. Credo sia un fattore psicologico  il punto d’avvio da cui nascono gli errori successivi del Matteo nazionale.

La fretta nel voler riformare, accompagnata da una scarsa predisposizione al confronto con chi non vede in lui “ il faro”- anche questo retaggio genetico- diedero fiato ai primi mugugni dentro il suo partito.

Altro errore fu il circondarsi di collaboratori mediocri e inclini all’assenso acritico; il carro del vincitore rende piacevoli le pillole più amare.

 Ogni vero capo ha bisogno della sua “guardia privata”, custode e interprete del verbo.  Per necessità perciò dovette fidarsi- per indole il leader si fida solo di se stesso- dello stuolo dei voltagabbana che da critici divennero apostoli del verbo renziano.

La presenza nelle televisioni di questo esercito di diffusori del Renzi pensiero, apparentemente incapaci di alcun senso critico non fece che danni. Gli italiani fecero in breve conoscenza di uno stuolo di graziose ragazze che tra una sparata e l’altra si sforzavano di diffondere ottimismo, pronunciando litanie che sembravano apprese ad un corso per venditori porta a porta.

Il supporto generale, in termini di propaganda, fu affidato ad amici fidati e un guru americano; dimenticando che gli italiani sono antropologicamente lontanissimi dagli elettori USA.

La conseguenza di queste scelte fu che il Pd perse la percezione del paese reale. Alla Clinton è accaduta la stessa cosa, ha scambiato l’americano medio, per i protagonisti delle serie televisive come Grace anatomy o Modern Family. Ma il popolo americano vive lontano anni luce dai dialoghi scritti a tavolino da sceneggiatori nichilisti e sfiduciati.

In Italia, il processo di conquista dell’italiano medio ha percorso vie simili seppur diverse; non a caso Renzi raccoglieva elogi dal mondo dello spettacolo, cioè dal mondo del presunto impegno civile e del privilegio reale. Cantanti, presentatori televisivi, sportivi, finanzieri, comici; nonché intraprendenti giovanotti, che facevano da sfondo immancabilmente alla Leopolda, in un clima più da rappresentazione teatrale che politica.

Renzi è stato inoltre percepito come espressione dei poteri forti e della linea europeista rigorista, cioè filotedesca.

 Perciò  ai più parvero poco credibili le sue ultime prese di posizione contro il rigore, che di fatto  assunsero l’aspetto di un’operazione strumentale in vista del referendum.

Inoltre il premier non ha saputo dialogare con la minoranza del suo partito, provocando una frattura che il premier stesso ha cercato di colmare attraverso alleanze parlamentari di tipo trasformistico.

In una parola il Pd ha perso ogni identità d’insieme.

Non è rimasto che lui, in Renzi si è concentrata ogni forma identitaria dando luogo al renzismo inteso come atteggiamento di devozione verso il leader, animato da un ridanciano, giovanilista ottimismo.

La sconfitta discende inoltre da una riforma pasticciata e farraginosa che ha unito un fronte eterogeneo di insoddisfatti. Ex partigiani, disoccupati, catastrofisti, reduci del centrodestra, abitanti delle periferie degradate invase dalla delinquenza, rivali politici, fondamentalisti di sinistra, antieuropeisti, produttori italiani invasi da prodotti esteri, vittime dei trattati di libero scambio, singoli che vedono le città popolate da immigrazione senza controllo.

 Eppure, nonostante tutto questo, credo Renzi resti l’unico leader vero del centrosinistra. Ha dato le dimissioni rivelando grande dignità e chiarezza; e  questa è la conferma del fatto che egli è sempre stato un uomo libero. Si è trovato a camminare sui carboni ardenti della politica nostrana, stretto tra il fuoco amico interno e la mai digerita politica dell’unione europea.

Rinascerà dalla sue ceneri e questa volta, spero, vedremo il vero Renzi; un bagno di umiltà gli può far bene. Oltre a lui cosa presenta infatti il panorama politico italiano?

Ed ora qualche piccolo suggerimento.

Il nuovo premier dovrà dar vita ad una riforma elettorale equilibrata, che garantisca governabilità e democrazia.

Il nuovo leader dovrà realizzare quella parte di costituzione mai realizzata, che riguarda il lavoro e l’economia sociale di mercato.

Il nuovo leader dovrebbe prendere le distanze dalle politiche europee del rigore, ridefinendo il contenuto di alcuni trattati.

Questo darà modo al paese di disporre di risorse per:

Affrontare le emergenze del terremoto e del dissesto idrogeologico, dar vita ad un piano per la realizzazione di edilizia abitativa degna di questo nome, affiancata da un rafforzamento di tutta la rete stradale e ferroviaria; scuola ed ospedali sono l’altra priorità.

Tutto ciò darà impulso al lavoro e aumenterà la ricchezza; solo così l’emergenza profughi potrà essere affrontata.

Lo stato dovrà spendere e per farlo dovrà mettere in discussione la politica del rigore imposta dai trattati europei. Senza queste azioni l’Italia sarà governata da forze estranee al nostro paese, chiunque sia il capo del governo.

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