Sanremo: anatomia di un festival.

Le polemiche che si sono addensate sopra il cielo di Sanremo, rivelano la forza e i punti critici di questa formidabile Kermesse canora.

Ecco quelli che considero gli elementi forti e gli elementi deboli del festival della canzone italiana.

La macchina organizzativa, la straordinaria orchestra, il succedersi sul palco dei nomi che hanno fatto grande la nostra musica, la presenza di big internazionali, per altro quest’anno assenti, la potenza promozionale dell’essere esposti per cinque sere ad un pubblico che assorbe la quasi totalità della platea televisiva, mi paiono aspetti positivi.

I punti critici sono sempre gli stessi; come sono stati selezionati i cantanti? Perché alcuni di essi sono “abbonati” al festival? Perché le giurie si moltiplicano dando luogo sovente a critiche post gara? Quale peso hanno i giornalisti, le radio, i critici, le case discografiche nell’orientare la classifica finale?

Quest’anno poi il voto della platea televisiva, il giudizio popolare insomma è stato sovvertito sorprendentemente dalle giurie di qualità e dai giornalisti.

Persino Baglioni ha riconosciuto che mescolare più giurie può dar luogo a riequilibri nel voto che disattendendo il responso popolare rimettendo a posto “certe gerarchie” rischia di esautorare di fatto il giudizio della gente comune. E in nome di cosa? Di una presunta ed elitaria capacità di giudizio superiore attribuita ai tecnici?

Per questo non ci sono forse già i vari premi della critica, del miglior testo, del miglior arrangiamento e via dicendo?

I giornalisti che hanno insultato con volgarità impronunciabili Ultimo e Il Volo, declassando il cantautore romano che aveva raccolto più del triplo dei voti del vincitore finale, a che titolo criticano e insultano? Perché tanto astio verso un ragazzo di grande talento?

Forse, alcuni esponenti della stampa si stanno rendendo conto che il loro potere sta per finire? Internet grazie a Dio serve anche a questo, quando ben utilizzato, infatti, allarga gli spazi di democrazia e partecipazione a tutti i livelli.

Mi consola il pensiero che grazie alla rete, grazie ai social, un artista oggi, può rendersi più libero, può perfino sfidare quei poteri che un tempo ne avrebbero decretato insindacabilmente il successo o l’anonimato.

Ma torniamo al punto essenziale, come mai Ultimo, di gran lunga il talento giovanile più interessante ed ispirato degli ultimi anni si è visto spodestato da un ragazzo certamente promettente, ma decisamente non ancora maturo per mettere in riga affermati talenti?

Si voleva premiare un giovane dalla dubbia voce, alterata da sofisticati marchingegni ma espressione del multiculturalismo piuttosto che gratificare una grande voce e una bella canzone?

Non sarebbe il caso di introdurre, tra gli elementi della valutazione il concetto di “cantabilità di un brano”?

Ultimo ha quattro anni meno del vincitore ed una serie di canzoni confluite in due album già pubblicati. Album di buon spessore sia testuale che musicale, indice di una maturità assai rara a quell’età.

La giuria di qualità poi…capisco Pagani, grande musicista con Pfm e De Andrè, ma gli altri? Bastianich, Claudia Pandolfi, Elena Sofia Ricci?

Certe scelte sembrano più assecondare il conformismo mieloso e politicamente corretto che stordisce la nostra epoca.

Un discorso a parte meritano le canzoni.

I brani dal presunto contenuto critico e quelli a sfondo sociale mi paiono perfettamente conformisti, scritti per non disturbare. D’altra parte cosa disturba oggi, esiste ancora la critica? Quale contenuto Rock, quale soliloquio rap ha il potere di mobilitare lo spirito umano se subito il mercato trasforma la denuncia in businnes, se il denaro stesso alimenta la critica azzerandone il presunto potere? Pecunia non olet.

Si accostano in tal modo le banali e anodine strofe di Nek, alla cavalcata di Zen Circus, allo pseudo rap del pur valido Silvestri che fotografa semplicemente la situazione di tanti giovani, con una chiusa puramente nichilista, privata, giustificatoria e pertanto inutile.

Alla poesia di Cristicchi è lasciata la nostalgia dell’amore, del perdono, dell’altruismo. Ma evocare tanta bellezza morale non finisce per pacificare le coscienze anziché scuoterle?

La musica, il cinema, l’arte in genere, hanno il coraggio di impegnarsi sul fronte dell’etica, su di un piano scandalosamente morale e non semplicemente moralistico ed emotivo?

O forse la musica oggi non aspira a scuotere nulla; ma allora limitiamoci al giudizio estetico sulle voci, a quello tecnico relativo ai versi e agli arrangiamenti, al look, alla cantabilità.

Nulla freme sinceramente forte, capace di sollecitare oltre il torpore che investe oramai le più disparate forme d’ arte.

Qualcosa di falso, di gregario, di dovuto, intride i testi più “sovversivi” trasformandoli in folkloristiche rappresentazioni; replicando molte opere teatrali e cinematografiche che non di rado strumentalizzano le tragedie personali e collettive. C’è un potere dell’insincerità che investe il mondo e lo piega all’utile.

Forse per questo ad apparir veri ai giovani sono i trapper disperati e i rapper più provocatori. In essi i ragazzi riconoscono i valori che fondano il nostro tempo.

Analogo discorso riguarda gli ospiti, con le loro rievocazioni nostalgiche, con le pietose storie di uomini feriti dalla vita. Sono anni che va avanti così.

Forse mi sbaglio, forse sono troppo pessimista, ma questo oggi sento. Piuttosto mi chiedo:

Dov’è finito il talento provocatorio di Povia?

Un autore che è stato negli ultimi anni isolato, colpevole di aver trattato tematiche scomode, come il denaro, le banche, l’unione europea, la crisi economica, la condizione omosessuale, l’eutanasia, gli squilibri nord sud. I problemi reali insomma.

Troppo divisivo, si direbbe oggi. E allora continuiamo a raccontarci una storia che pacifica gli spiriti, ma non rende giustizia agli ultimi.

Prova ne sia che un altro talento come Pierdavide Carone è stato escluso dal festival e in genere dai circuiti “che contano” da anni. Per inciso, la sua canzone parlava di pedofilia.

Per fortuna che Repubblica sostiene la tesi che il vincitore di Sanremo ha trionfato più che legittimamente. Il che conferma e avvalla quanto molti hanno pensato, ha vinto il multiculturalismo, “la nuova categoria antropologica” che legittima, a prescindere, ogni concorso che voglia dirsi al passo con i tempi.

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