Ripartire da Moro

Esiste un dovere morale che si lega all’immagine e al pensiero di Aldo Moro, in questo giorno che ricorda  il ritrovamento del suo cadavere in via Caetani; è il dovere della verità.

Oggi sappiamo quanto lo statista democristiano amasse il proprio paese, sappiamo quanto avesse  a cuore la sorte e il futuro dei propri studenti.

Cosa direbbe oggi il professore, davanti ad una nazione che si è vista privare del diritto di elaborare una propria politica economica? Vengono alla mente le parole di Cameron, ex primo ministro inglese il quale chiese come fosse possibile abolire Keynes con una legge; si riferiva al pareggio di bilancio, nel nostro paese addirittura inserito nella costituzione.

Cosa pensasse Moro del liberismo lo sappiamo, facciamo parlare lui: “È insostenibile la concezione liberale in materia economica, in quanto vi è necessità di un controllo in funzione di un controllo più completo dell’economia mondiale…Non è possibile permettere che gli egoismi si affermino, ma è necessario porre la barriera dell’interesse collettivo come un orientamento e un controllo di carattere giuridico.”

La spesa pubblica che stimoli l’economia ha concorso con molti altri fattori a dar vita al nostro boom economico.

Moro era un europeista realista, sapeva che “l’unità europea” non poteva confondersi con l’uniformità. Gli anni sessanta e settanta rivelarono come il realismo si esprimesse nel riconoscere che ogni stato non può che perseguire in primis il benessere dei propri cittadini.  L’omicidio di Aldo Moro, al quale “parteciparono anche le brigate rosse” vede oggi confermata inequivocabilmente la tesi dei molteplici attori, nazionali ed internazionali, interessati alla morte dello statista democristiano.

Ogni nazione persegue in primo luogo i propri interessi, questo deve essere chiaro, il compito della buona politica risiede nel trovare equilibri tra interessi contrastanti.

L’idea morotea pensava ad un’Italia con una base democratica più larga, attraverso il progressivo coinvolgimento del PCI, che in tal modo avrebbe di fatto abdicato all’idea rivoluzionaria; ciò che un po’ sbrigativamente oggi chiamiamo compromesso storico, facendo nostra un’espressione Berlingueriana.

Moro pensava ad una progressiva realizzazione dei principi cardine della nostra costituzione, su tutti,  il diritto al lavoro; pensava ad un ruolo di primo piano del nostro paese nell’area mediterranea; pensava molto probabilmente ad un graduale svincolamento dalle tutele americane, francesi e inglesi, pesante lascito della sconfitta bellica.

Ma tutto questo non rientrava nei piani delle potenze europee interessate ad esercitare ancora un ruolo di tipo coloniale nel nord Africa. Come non rientrava nei piani della destra statunitense preoccupata del ruolo di primo piano che avrebbe assunto il partito comunista. Per altro verso l’Unione sovietica temeva che il precedente italiano disinnescasse il ruolo rivoluzionario del comunismo, anestetizzandolo e di fatto integrandolo nel quadro del gioco democratico filoatlantista.

Ripartire da Moro, da La Pira, da Keynes; questo credo sia il modo migliore per non rendere vano il sacrificio del Professore.

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