Sanremo al primo sguardo.

Carlo Conti, ritorno alla canzone popolare.

Cosa dire di questo Sanremo? Mi sembra si stia ritornando ad una certa sobrietà di modi. Le edizioni “curate da Fazio” erano fortemente sbilanciate sul piano “ideologico”, con la presenza invadente, scomposta e dissacrante della Littizzetto. Anche per quanto riguarda le canzoni, una certa boria intellettualistica ha gravemente compromesso la ” popolarità” dei brani presentati nelle edizioni  appaltate a Fazio e al suo Entourage, tanto che molte di quelle canzoni risulta oggi,  difficile persino ricordarle essendo perlopiù sprovviste di una caratteristica essenziale, la cantabilità.

Carlo Conti,  invece, ha confermato un indubbio stile, tale da farne il legittimo erede del grande Pippo Baudo- colpevolmente accantonato  da mamma Rai- erede competente ed avvezzo a misurarsi con la buona musica. Il mix di interpreti mi pare pertanto ben assortito; con un Masini in  ottima forma vocale supportato da un ritornello che cresce e coinvolge, con  Nek e la Tatangelo altrettanto “sanremesi”. Sulla stessa lunghezza d’onda ho visto Raf, anche lui con un buon brano. Eleganti la Zilli, e Malika Ayane, ad evocare atmosfere bluse e surreali.

Per ora, ad un primo ascolto deludenti i nuovi. Morendo, fa il verso a se stesso, con un brano ruffiano e senza anima, Dear Jack scompaiono travolti da una musica che soffoca la qualità vocale del front man. Nel complesso comunque, l’unico grande artista salito sul palco dell’Ariston mi è sembrato Tiziano Ferro. Voce straordinaria, ritmo, atmosfere, padronanza del palco, testi che ne fanno una delle espressioni più originali del pop Mondiale contemporaneo. Da ricordare ancora un  penoso Grignani e un’impalpabile Irene Grandi, Vedremo nei prossimi giorni di recensire gli altri artisti.

Libertà e persona (Marco Luscia)

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