Sanremo. Il festival che non turba nessuno. Che fine ha fatto Povia?

Sanremo il festival che non turba nessuno. Che fine ha fatto Povia?

Finito Sanremo. Tutto secondo copione. Spettacolo, happening, sfilata di luci e costumi. L’irrealtà di un mondo che finge di essere reale.

Vince una canzone che ripropone pari pari un refrain di un altro brano già presentato a Sanremo e cassato. Vince nel banale ripetersi di stilemi ora pop ora artificiosamente dotti. Il già sentito. Non ci sono emozioni, se non nell’incanto evocato da Giorgia, peraltro ospite.

Troppi; sei meraviglioso, ti stimo tanto, ti amo, ti ascoltavo sin da bambino, siete inarrivabili, quanto sei bella. Retorica allo stato puro, recita perfetta. Una commedia. Non un sussulto vero, non una lacrima vera, non una denuncia vera.

Se uno spazio di verità ha fatto capolino dal palco di questa perfetta, professionale, persino raffinata recita è stato l’impaccio di Baglioni; un direttore diretto; dalla verve della Hunziker e dal talento poliedrico di Favino. Attore e Show girl, appunto.

Baglioni è stato un grande autore ma da anni non dice più nulla e non è un presentatore, troppo discreto e troppo riservato. Per questo forse, sul palco è parso a lungo assente.

La canzone che ha vinto? Soliti ritmi, solita scansione delle parole, solito mestiere messo a profitto, solito connubio di artisti alchemicamente miscelati dalle case discografiche.

Testo scontato, superficiale, a tratti banale. Il ritornello si giustifica solo perché suggerito dalle dichiarazioni di un parente delle vittime del Bataclan.  Cristicchi poi, ha sanificato nel consueto ruolo profeta di ispirato il tutto.

Quante grandi canzoni ha scritto Cristicchi? Poche, si contano su una mano, ma è conforme al conformismo comune, ne è un vate. Come Giovanotti; il ragazzo fortunato; quanto fortuanto.

Se penso che un autore geniale come Povia, una volta primo e una secondo a Sanremo è stato ridotto al silenzio solo perché non piegato alla logica dominante.  Povia fu l’unico cantante della storia portato a Sanremo da sconosciuto, come ospite per espressa volontà di Bonolis.  Povia, uno dei pochi che realmente contrasta il sistema nel quale siamo immersi. Escluso da tutti i programmi, censurato e marchiato come un appestato dallo stuolo di maschere a gettone che riempiono il talk show. Si è permesso di scrivere una canzone sull’omosessualità non gradita ai censori.

Allora io dico che non gradisco i minestroni Giovanottiani che parificano tutto le religioni, perché falsi. Come non gradisco l’idea di un mondo pacificato con un super governo ispirato. Perché impossibile. Non canta cose simili Moro con l’amico Meta. E qui non si tratta di gusti.

Abbiamo visto gli adolescenti, una selezione multicolore cui nulla è impossibile. Li chiamerei, la generazione Erasmus. Variopinti interpreti che danzano al futuro garantito; per loro. Mentre i loro coetanei reali sono dannati dalle politiche liberiste del sogno distopico Europeo.

Resta la giovane proposta che avrebbe dovuto vincere il festival anche tra i big. Oramai nella musica la verità sembra provenire solo dal dolore sofferto in prima persona e raccontato. Spesso sono dai rapper. Per fortuna c’è Utimo e con lui tanti altri per ora sconosciuti al grande pubblico. Cantano il disagio, lo vivono e a tratti sanno essere poeti. Ultimo, come tanti anni fa Zero. Diversissimi ma, seppur in tempi diversi. Nuovi.

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