Semplice

Ci sono frammenti nella mia memoria, attimi di gioia che non so spiegare se non con un termine: semplicità. Trovare un pezzo di vetro colorato e custodirlo come fosse un diadema; attendere la neve ed osservarla cadere oltre la finestra della mia camera, come un pulviscolo luminoso nella tremula luce di un lampione. Rincorrere le lucciole d’estate, plotoni di silenziosi punti di luce danzanti, poi, tenerle con delicatezza tra le mani per il timore d’infrangere l’incanto. Attendere mio padre torni dalla gita scolastica portando un regalino; magari una fetta di crudo toscano accompagnata da quel pane senza sale di cui avverto ancora la consistenza sotto il palato. Tagliare il primo pandoro dell’anno la notte di Natale e cospargere ogni fetta del prezioso dolce con un manto di zucchero, per poi addentarla avidamente. Semplice. Belle e infinite erano le estati senza l’ansia di programmare vacanze studio per garantirsi un futuro. Si imparava a nuotare negli stagni e nei laghi con i più grandi che si improvvisavano maestri. Bello il pomeriggio d’inverno quando si giocava ai giardini; calcio, bicicletta e guardia e ladri; quanto sport senza spendere una lira. I giochi fra i ragazzi avevano un che di primitivo; si lottava nei prati, ci si colpiva con le mani e con le parole; ma poi, inevitabilmente si stringeva un patto di fedeltà infinita, ebbri di libertà felice dividendo una bottiglia di spuma; era nata così, la banda dei giardini; un universo di maschi che guardavano al mistero del mondo femminile. Semplice. La prima bicicletta e il primo orologio; attesi, desiderati, immaginati mille volte. Quanta gioia in quei regali. E poi c’erano loro, i genitori; la certezza e la pace, una sicurezza che nulla poteva sottrarci ; una solida casa dalle solide fondamenta. Tutto era semplice, la scuola, i divertimenti all’aria aperta, la merenda con il pane e il burro. Semplici le strade dove potevi giocare al pallone e i nascondigli nelle siepi dei giardini. Semplice il campetto sterrato dove con improvvisate bici-moto si inventava una disfida di cross. Allora i dolci erano torte di mamme e le maestre, forti e severe, autorità senza tempo. Semplice la notte avara di luci e rumori e tenera l’attesa del futuro. E si cresceva, geni e stupidotti, ciarlieri o muti, insieme; in scuole e classi dove il tempo non correva, perché non dovevi dimostrare nulla, perché, nonostante tutto:la vita non era una lotta e tutti noi ci sentivamo parte di un comune destino.

facebooktwittergoogle_plusredditlinkedinmail

Leave a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *