Tre scienziati

Tre scienziati davanti al mistero della Fede

 

Tre scienziati. Il primo siede comodo, con fare colloquiante, pacifico, tollerante. È vestito come conviene ad un uomo di intelletto, che non presti troppa attenzione all’estetica, un passatempo per spiriti superficiali. Casual il maglioncino girocollo, i pantaloni un po’ sformati, casual le parole scelte con cura. Eppure, a suo modo il sig. Rovelli è un esteta, adora le simmetrie che lo spazio e il tempo hanno disegnato per dare forma all’universo ordinato. Parla della scienza come di una domanda aperta, come di uno sguardo che si affacci sul ciglio di infiniti e nuovi enigmi. Si avventura persino nel territorio di una parola magica, che evoca il Divino; il mistero. Ma qui, su questa parola, naufraga l’equilibrio dello scienziato; la pacatezza rimane, ma proprio per questo le parole pronunciate affondano nella generale inconsapevolezza e vanno a ferire il cuore attento dell’uomo che cerchi umilmente Dio. L’uomo non deve -suggerisce lo scienziato- davanti a ciò che non comprende pensare vi sia qualcosa che non possa prima o poi essere spiegato. Questa affermazione che giustamente esalta il cammino incessante della ricerca scientifica è però, pronunciata in tal modo, una pietra tombale rispetto ad ogni Dio. Rovelli, lo scienziato, non nomina mai Dio, anzi, con i suoi silenzi e con le sue morbide e suadenti sillabe mette piuttosto in guardia da Lui, che se esiste, non si metta in mezzo. Il Mistero ai suoi occhi non è una realtà entro cui immergere la navicella debole dei nostri giorni, bensì una realtà da forzare, vincere, dominare, enigma dopo enigma. Verrebbe da pensare che se Dio esiste, dentro questa traiettoria di pensiero esso coincida con il dispiegarsi della forza di penetrazione delle facoltà umane. L’unico culto reso a questo “Dio” risulterebbe dunque il progresso e l’unico Dio ammesso sarebbe per forza l’uomo. Ma “l’uomo Dio”di cui parla il cattolicesimo, non violenta il mistero quanto vi si lascia avvolgere.

Esiste una scienziata, un’italiana , si chiama Fabiola Gianotti, questa donna dal volto elegante, dagli occhi colmi di domande e di luce, quasi stupiti, siede nello stesso salotto in cui sedette Rovelli. Un programma televisivo che con leggera profondità inocula nelle vene degli spettatori il virus laicista. Fabiola veste in modo sobrio ma raffinato, non ha nulla di casual. Parla di armonia del creato, di poesia, di mistero, di musica. Per lei, lo dice esplicitamente, Dio esiste e nessuna incompatibilità lo oppone alla ricerca scientifica. Capito?

Esiste, o meglio esisteva in questo mondo, un altro grande scienziato, ancora una volta un fisico. Si chiama, Charles Townes, ha vinto il premio Nobel per la fisica nel 1964. Lo dico al presente, esiste, perché adesso, questo signore è più vivo di noi è “nato infatti”alla vita eterna. Cosa diceva Townes rispetto ai temi di cui tratto in questo breve scritto. “Lo sviluppo concreto della scienza fu possibile grazie alla religione monoteista” e ancora, “credo fermamente nell’esistenza di Dio, basandomi sull’intuizione, sulle osservazioni, sulla logica e sulla conoscenza scientifica”. Capito?

Tre scienziati, tre modi diversi di guardare alla meraviglia della vita. Il primo, mi sembra evidente parte da un pre- giudizio e perciò tace e il suo silenzio diventa un giudizio.
Purtroppo questa mentalità, cioè l’idea che la scienza contraddica, per non dire neghi la religione è molto diffusa. Viene suggerita abilmente ed assunta a dosi omeopatiche dalla prima elementare in poi. Il risultato? Un mondo di atomi insoddisfatti, inquieti, senza speranza, biglie fredde di un gioco violento chiamato vita.

A confermare quanto vado dicendo porto ad esempio un film per la televisione che recentemente ho visto, si intitola Olive Kitteridge ed è tratto da un romanzo Premio Pulitzer, ottima narrazione, mirabile interpretazione degli attori, ma quadro generale dominato da una sottile disperazione, da una casualità che ha il sapore del fato antico. Tutto lungo i venticinque anni di vita narrati, confluisce verso la cupa solitudine. Ogni figura, ogni persona è sola, anche quando si realizzano gli incontri. Ogni cosa è avvolta dal rischio della pazzia,dell’umano esaurimento, della morte. Quando per un istante si affacci l’allegria essa è associata ad una ragazza sempliciotta, distratta, fuori dal mondo. Un mondo fatto di tradimenti, false ipocrisie, gelide sincerità, incidenti casuali che sconvolgono le vite. Solo il finale sembra aprirsi ad una speranza senza speranza, nell’abbraccio di due solitudini che vivono nonostante la vita. Un mondo di questo tipo ammette tutto, giustifica tutto, proprio come certi preti distratti e perciò dispera. Dio è assente, ma il quadro disegnato credo e temo, sia profetico.

 

Pubblicato anche il 6 febbraio 2015 su Libertà e Persona

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