Un altro tipo di amore.

 

Un altro tipo d’amore.

 

Note in margine ad un brano di Aleksievič Svetlana. Tempo di seconda mano.

 

 

Una donna Russa di campagna, una popolana, nata il secolo scorso è una donna diversa; ha temprato il corpo e l’anima attraverso ripetute rinunce, ha vissuto accanto al vizio di uomini forti, selvatici, gran bevitori. Ha sopportato l’estenuante presenza dell’inverno e del tempo che non passa, ha sollevato pesi impossibili, munto vacche scheletriche, fissato spazi senza tempo e confine, ha percorso foreste secolari a piedi; allevato bambini computando le poche monete per riempir loro il piatto la sera. Si è finta felice, si è finta eccitata, si è finta pazza; per amore o per disperazione.

La sera ha suonato il pianoforte, perché la gente dell’est ama la musica. Lei, una donna seduta a cavalcioni tra il comunismo e il mercato selvaggio, passata attraverso epoche e mondi nel giro di pochi anni.

 

È alta, possente, bella, capace di sopportare i ceffoni dell’uomo, ma pure di dominarne la vita. Sensibile agli Spiriti dei boschi e contemporaneamente al formale richiamo della Chiesa, questa donna ha un suo fascino, una religiosità mista di fatalismo, paganesimo, fede ingenua, regole scritte succhiate dal seno materno.

Anche per questo, come molte altre donne russe ha sviluppato una sensibilità particolare per gli sconfitti della vita. Ogni mese ha la strana e pietosa abitudine di scrivere a dei carcerati, portando loro un  conforto. A volte si tratta di parenti, a volte si tratta di amici colpevoli di piccoli reati, a volte di assassini sconosciuti.

 

Ma tutta questa storia comincia prima, molto prima, con un sogno. Una notte, sfinita e chiusa nel sonno è portata oltre il grande prato in prossimità del fiume. In quel luogo discreto e nascosto l’attende un ragazzo; è bello, la guarda e lei capisce che quello sarà l’uomo della sua vita.

Si sveglia, lo cerca, lo sente vicino, reale, eppure è un sogno, un dolcissimo e maledetto sogno. Tutto riprende, persino più sodo, aspro, vivo; di sempre.  Passa il tempo e la donna sposa un uomo, lo fa perché lo fanno tutte, non si può vivere senza un uomo. Da quest’uomo ha un figlio. Il figlio le ruba ogni cosa, le ore, i pensieri, l’amore e quell’uomo con il quale aveva condiviso il letto le risulta ripugnante, che non la tocchi più, neppure la sfiori; è questo il suo urlo muto e sincero.

Allora decide di partire, se ne va con il fagotto di quel figlio stretto tra le braccia, gelosa di quella creatura che le sembra bastare, in attesa il sogno si traduca in vita reale.

Trova così rifugio in casa di un vecchio amico, un ragazzo dolcissimo che l’ha sempre amata. Dopo alcuni anni si sposano e nascono altri due figli. Ha scelto quell’uomo per amore? No! Lei ama soltanto il ragazzo del sogno. Il marito l’ha sposato per dovere. Non in chiesa, non davanti a Dio, ma soltanto davanti agli uomini. Lui lo sa ma la ama lo stesso, l’ha sempre amata. La vita scorre, quindici anni, né belli, né brutti; semplicemente anni, pieni di doveri e di compromessi. È una buona madre e forse una buona moglie.

 

Non ha perso l’abitudine di scrivere ai carcerati. Un giorno arriva una lettera da una prigione lontana. Non fa in tempo a toccarla che una vampa di fuoco le corre lungo tutto il corpo, le mani le tremano; apre. In quelle parole riconosce qualche cosa, ma non sa bene neanche lei cosa. Gli scrive ancora; risponde perentoria, affamata, impaziente: “mandami una tua foto”.

Quando arriva la foto, gualcita, dentro una busta con una macchia sul retro, suda freddo; è lui, l’uomo incontrato nel sogno, un ergastolano che ha ucciso per amore.

 

La storia dell’uomo del sogno è altrettanto pazza. Aveva una ragazza che amava perdutamente, una sera, per gioco, lei lo ha messo alla prova. Lo ha tratto a sé prendendolo per il bavero della giacca e gli ha sussurrato una richiesta diabolica; lo ha fatto con il sorriso sulle labbra, una piega ironica e sottile: “se mi ami ammazzi un uomo”.

Lui non ha pensato un istante, ha preso un asse e si è appostato in un angolo della strada. Lui la amava, pazzamente la amava. In momenti come quelli nulla vale chiedere a sé stessi cosa sia l’amore. L’amore mescola amore e morte, spirito e carne, altruismo e supremo egoismo.

 

Ha atteso il primo passante, un professore, e lo ha preso a bastonate. Così l’innamorato ha perso tutto; solo il caso fortuito lo ha sottratto al plotone di esecuzione. Ergastolo. L’amata, fuggita via terrorizzata, “stavo scherzando”, ha detto. Non lo ha più voluto vedere.

Certo con l’amore vero non è mai bene scherzare. E poi, si trattò veramente di uno scherzo, cosa custodiva il sorriso di quella ragazza mentre le labbra pronunciavano la folle richiesta? Non si sono più rivisti, lei lo ha dimenticato. Come si dimentica, per sopravvivere, una violenza subita.

 

Torniamo alla donna innamorato del carcerato.

I pazzi si cercano e prima o poi si incontrano.  Dopo aver ricevuto la foto, lei non ha dubbi, va dal marito e con grazia e decisione annuncia che ha deciso di andarsene. Deve raggiungere il suo amato. Non intende lasciare il marito, almeno per ora. Gli vuol bene, perché lui la ama da sempre ed è disposto ad accettare tutto. Sono i vicini, i conoscenti, gli estranei, i giornalisti che conoscono la sua storia, i giudici, i moralisti che la condannano.

Il marito conosce bene ogni risvolto dell’amore, per questo non giudica. Certo è dura, ma l’amore non è anche e soprattutto sacrificio? Il cristianesimo non ci ha sempre detto questo.

Lui decide di lasciarla andare, lei di andarsene.

Il dopo è questo: lei si apposta in una stanza non lontana dalla prigione. Ha fatto un viaggio lunghissimo per vederlo, lui non uscirà mai di galera. Lei ha trovato un lavoro, suda e scalpita in attesa dei rari incontri concessi. Lui è stupito, quasi ha paura di questo amore, ma in fondo non ha nulla da perdere.

È possibile amare così? E i figli il marito? Se lo chiedono in tanti. Piovono i giudizi, certo lei ama i figli, ma quell’uomo recluso è il compimento di una promessa pronunciata dentro un sogno quando era una ragazza.

 

Sono gli occidentali a non credere più nei sogni, pensano di poter calcolare e pesare la vita. Ma la vita ha traiettorie impreviste, come un razzo di carta lanciato in aria da un bambino.

 

I più diranno che è un’irresponsabile e forse è vero. Lei è anche questo.

Cosa attende Lena? Questo è il suo nome.  Magari crede che quell’uomo che si è sporcato le mani con un crimine orribile possa ricambiare il suo amore? Come può sapere che lui la ama? Il marito abbandonato, quello si che la ama, non chiede altro. Chi ama veramente, forse non attende nulla.

 

Magari un giorno, quell’uomo recluso che ha visto cadere dal cielo la stella di un amor, fin dentro una sudicia cella in un luogo lontano, freddo, impossibile; diventerà pazzo, uscirà, e comincerà a bere e magari si stuferà di lei. Lei che lo aveva atteso tanto, lei che non finirà mai di attenderlo.

 

Amore per i figli, dovere, paura, passione, amore per un marito tenero che ti adora, amore solo ricevuto, mai sentito, vissuto per dovere. Amore per uno sconosciuto apparso in sogno, contro ogni regola scritta. Anche questi, senza giudizio sono aspetti, volti di quella cosa chiamata amore.

 

Anche di questo dovrete tener conto “maledetti giovani”.

 

 

 

 

 

 

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