Una città verde e il milite ignoto.

Conosco un uomo, anzi, lo conoscevo, è volato via, in autunno, come una foglia secca portata nel mondo da un destino bizzarro, finita su un letto di dolore.

Gli ultimi giorni si era rannicchiato fra coltri e cuscini smisurati, dai quali faceva capolino una testolina di pulcino smarrito, con occhi troppo grandi.

Tutte quelle visite, quelle attenzioni, quel tempo donato, sprecato, quell’atmosfera di attesa; tutto questo non annunciava nulla di buono.

Se ne è andato annaspando, dopo “un’apnea” durata anni, con gli alveoli polmonari occlusi da ciò che aveva respirato. La vita lo ha ucciso. Se vedessimo un uomo morire, non in televisione, nel suo letto, se tutti avessimo il privilegio di osservare la vita che fugge, se potessimo contemplare quegli occhi che cercano un appiglio; avremmo cura persino del muto crescere dei fili d’erba. E invece, non riconoscendo la morte misconosciamo la vita e “facciamo la guerra”.

Quanti sono i “militi ignoti”, di una guerra incruenta, fatta di gesti quotidiani: levata all’alba, quando la luce scioglie le ultime ombre, poi, la corsa alla fabbrica, in bicicletta o in tram. Per i più fortunati la macchina, un modello popolare, di massa, pagato a rate.

Per portare a casa il pane, o qualcosa di più, si può anche rischiare d’imbastardire il sangue.

Per i figli, poi, cosa non si farebbe.

Lì, sul lavoro, i padri, toccano, respirano, con l’atto più naturale, vitale; respirano, bevono il loro destino.

I veleni intaccano silenziosi la vita, pongono un’ipoteca, presentano una cambiale dalla scadenza incerta, ma sicura.

In quante città è successo questo, anche in Trentino, nel silenzio. Anche alla Sloi, lì si lavora, si dice con stipendi curiosamente più alti; generosità, amore per l’uomo?  Chissà.Comunque l’azzardo costa.

Bisognava pur lavorare, a porto Marghera, alla Montecatini, “ai forni”, a Severo, a Taranto all’Ilva. E’ successo a Venezia, dove l’azzurro del mare incontra l’infinito, e la bellezza dilaga nel colore e nella luce, può succedere ovunque. Cosa resta di tutto questo? Restano le vestigia di un progresso, fatto più di profitti che d’altro.

Certi uomini d’oggi, i responsabili del “progresso”, “della crescita” hanno fretta, sono di destra di sinistra, di centro, “di alto, di basso”, sono ossessionati dallo sviluppo. Saccheggiano frettolosi

le risorse della vita, l’ecologia umana, la natura, dimentichi del domani.

Si lasciano alle spalle, una madre terra ubriaca di veleni, una madre deforme, violentata dai propri figli. Qui, si accampano i nuovi disperati.

Restituiamo questi terreni alla memoria dei caduti, alla loro generosa fatica, all’amore che li portava lì ogni giorno, sul posto di lavoro, più o meno consapevoli dei rischi.

Bonifichiamo tutto, se è possibile e realizziamo parchi, un monumento “naturale all’inutile”, piantiamo filari di margherite, papaveri, tulipani, alberi da frutto, soffioni; che i bambini possano soffiare e gioire. Diamo vita a laghetti, e vialetti che corrono fra giochi per fanciulli.

Piantiamo noci, alberi che impieghino tempo a crescere, alberi che vedranno i nostri figli e i nipoti.

Lasciamo da parte le cubature, gli edifici, lo sfruttamento dello spazio.

La memoria si onora, negando l’utile, la logica della conquista.

Questo sarà il nostro monumento, al piccolo uomo caduto, all’amico e al milite ignoto, al dimenticato. Alle vittime d’ogni ciminiera, d’ogni composto chimico.

Diamo vita alla fabbrica del respiro, frondoso luogo, d’ozio e di passeggiate, d’ombra e di sole.

Ma è tardi, forse, altri sono i disegni, di parla di cubature. Forse stiamo perdendo un’altra occasione.

 

Marco Luscia

 

 

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