Uomo e rispetto della natura

La lega dei delfini per la tutela del mare dall’inquinamento

Molti oggi stupiscono del fatto che il mondo della moda, della pubblicità, del cinema, lavorino alacremente per affermare un futuro senza sessi, senza maschi, senza femmine, senza genitori, senza figli biologici, senza vecchi malati e senza figli indesiderati. La radice di tutto questo nasce da un’antropologia che nega ogni primato umano dentro la natura. L’uomo secondo questa prospettiva, non sarebbe che un abitante, per lo più aggressivo, del pianeta.

Il centro di tutto, il vertice di ciò che esiste, nel senso dianzi descritto, sarebbe la totalità, animata e disanimata; materia e vita. Questi pensieri fanno di ogni vivente un essere “perfetto” e denunciano al contempo ogni presunta “superiorità umana” adducendo a sostegno di ciò il seguente motivo: “ragione e consapevolezza, libertà ed autocoscienza, sono valori, solo a partire dal nostro punto di vista” e si aggiunge: “una formica potrebbe pensare che il suo mondo è il più perfetto e che dire poi del castoro, abile architetto di dighe, o delle api che vivono gerarchicamente ordinate?” Vogliamo continuare: “l’intelligenza è una qualità supposta superiore solo perché è l’uomo a stabilire le gerarchie, ma un delfino non sarebbe d’accordo”. L’uomo dunque, secondo un tal modo di pensare, sarebbe poco provvisto di umiltà; perciò guai a pensarlo come il vertice del creato. Questo, per due motivi essenziali: perché il creato non ha un vertice e perché il creato non esiste. In quanto se esistesse un creato dovremmo ammettere un creatore, il che è incompatibile con il pensiero materialista.

L’uomo infatti, osserverebbero ancora, i miei interlocutori, abusa della natura, la distrugge, rivelandosi in tal modo poco perfetto; un distruttore, altro che un vertice. Mentre le piante e gli animali rispetterebbero questo equilibrio dell’ecosistema, rivelandosi “più evolute” e quindi, in un certo qual modo più intelligenti. Il corollario di tutto questo è semplicemente che non esiste la natura umana, perché non esiste alcuna natura.

Perché non ce la prendiamo con i meteoriti che hanno distrutto i dinosauri, anche i meteoriti sono natura. Quindi la natura odia se stessa? Ma no! come può odiare chi non è consapevole di esistere?

Vediamo ora di rilevare le incongruenze macroscopiche insite in simili ragionamenti. Quando si afferma che la natura rispetta sé stessa autoregolandosi, vorrei chiedere: ma in base a quale criterio la natura si autoregola? In base a quale “legge”? Possiamo chiamarla legge naturale? Possiamo chiamarla ordine, gerarchia? Quando il girasole volge la corolla verso il sole perchè lo fa, perché invece la corolla non la volge verso l’ombra? Perché la pianta in terreno arido allunga le proprie radici alla ricerca di acqua anziché restare immobile e morire?

Esiste dunque in senso lato, una legge, una ratio che governa un mondo che non ha ragione? Mi sembra evidente, le cose non accadano casualmente; ma il mondo dell’inconsapevolezza, animale e vegetale, proprio perché immerso, tutto nella natura, subisce la violenza della stessa, l’istinto non basta ha conservare il mondo. La legge della natura a volte distrugge. Cos’è un terremoto se non un evento della innocente natura?  Siamo proprio convinti che un mondo senza l’uomo esisterebbe ancora?

Forse, senza l’uomo, molte più specie sarebbero estinte, magari l’aria sarebbe più pura, ma nessuno si prenderebbe cura delle specie in via d’estinzione, semplicemente perché solo l’uomo sa di esistere, solo l’uomo pensa il futuro, solo l’uomo, sa di morire. Chi non vuol comprendere questo sarà costretto ad immaginare la bellezza di un mondo naturale privo di qualsiasi civiltà; un mondo nel quale si muore per un raffreddore, un mondo nel quale si mangia un fungo credendo di vivere e in realtà si muore intossicati.

La sacralizzazione della natura, del cosmo, finisce inesorabilmente per abbassare l’uomo al rango del sasso, della pianta, dell’animale; se tutto è identico tutto vale allo stesso modo, una molecola di vita, vale quanto l’uomo consapevole, l’acqua di cui siamo composti sarebbe l’uomo stesso. Questo “pensano” gli ecologisti e gli animalisti estremisti. E pensare che, strano a dirsi,  proprio gli assertori di queste bizzarre tesi, non appena un essere umano ha perso la consapevolezza, affermano debba morire dolcemente, perchè non é, non é più un uomo, non ha più dignità, come dire, non ha più consapevolezza.

Ma come, mi vien da osservare, “allora la pensate come me”: “ciò che fa l’uomo è l’autocoscienza, esiste dunque una natura umana, esiste talmente, che il solo livello vegetativo fa inorridire”. Si rispettano i vegetali e si dice che hanno lo “stesso valore dell’uomo” ma allora perché un essere umano in stato vegetativo lo si considera non degno di vivere?

Ma torniamo a riflettere sul rapporto fra mondo animale e mondo umano. Come negare che gli animali vivano d’istinto; quando attribuiamo ai castori o alle api, un presunto punto di vista personale, in realtà non facciamo che trasferire qualità umane ad esseri puramente dotati di istintualità. L’animale vive e muore d’istinto, mentre l’uomo di solo istinto semplicemente morirebbe. L’uomo è “fatto” per amare, pensare e parlare e anche nel caso non pronunci mai parola od eserciti solo in minima parte l’intelligenza, l’uomo è sempre, in potenza, essere senziente, aperto alla relazione; di cui la parola è veicolo privilegiato.

Non solo, ciò che fa dell’uomo un essere che sta su di un gradino superiore è il fatto che l’uomo è fuori dalla natura, pur conservando con essa un rapporto. Questo essere uscito, altri direbbero emerso, ma non cambia nulla, rende l’uomo responsabile. Questa responsabilità è un dover rispondere, agli altri e a sé stesso delle proprie azioni. La razionalità umana, che non va confusa con la sola ragione calcolante, fa dell’uomo l’unico responsabile, nel bene e nel male, dell’intero cosmo. Questa responsabilità si radica nella libertà è libertà. Non ho mai visto un cane pastore portare il proprio padrone a far pipì, come non ho mai sentito parlare di una lega dei delfini per la tutela del mare dall’inquinamento. Vediamo, per ulteriormente approfondire, un esempio che chiarisca ulteriormente cosa significhi autocoscienza, riflettendo sull’esperienza della paura.

Prendiamo un coniglio allevato per la macellazione, nessun coniglio sa, quando giunge il momento, che lo attende la morte, solo l’istinto “lo avverte” di un pericolo; nella stessa condizione si ingrassa beatamente il maiale, non sapendo che più mangia, più approssima la propria fine. L’istinto non è consapevolezza. Quanto l’uomo agisca su di un piano totalmente diverso lo possiamo trarre da questi ulteriori esempi; nel momento di un grave incidente ogni persona vive l’evento improvviso, senza paura è soltanto in un secondo momento, che ripensando al pericolo corso l’uomo è assalito dall’angoscia. Il primo momento descritto, l’attimo che ci travolge è dominato dall’istinto, la paura in questo prima fase, si confonde con il fremere istantaneo delle nostre fibre; ma è solo dopo, nella consapevolezza che l’uomo torna pienamente ad essere se stesso. Questo secondo momento all’animale, manca. L’uomo più sensuale davanti al pericolo di una grave malattia venerea, può astenersi da ogni rapporto, l’animale no. Andiamo ancora più a fondo nel nostro ragionamento, qualche giorno fa ad alcuni miei studenti che relativizzavano il valore dell’autocoscienza e della libertà rispetto all’istinto ho chiesto: “cosa differenzia una violenza carnale dettata dall’istinto rispetto ad un normale rapporto sessuale fra due persone che si amano?” I ragazzi, pur di non ammettere il ruolo primario giocato dalla coscienza e quindi dal rispetto, dall’affetto, dalla dimensione della comunione reciprocamente voluta, hanno risposto: “esistono strumentazioni tecniche per rilevare, scandagliando il corpo della donna, questa differenza”. Insomma, non hanno risposto, o meglio, hanno ridotto l’umano ad una dimensione quantitativa, tecnica, scientifica. E sapete come hanno fatto questo, grazie a quella ragione, che per loro non significa nulla, nel quadro complessivo del cosmo. Torniamo ora, ancora per un attimo al tema della paura. Quando i nazisti trasferivano con le loro tradotte della morte, i poveri ebrei stipati come carne da macello verso i lager; curiosamente, quegli esseri umani, continuavano a sperare, forse immaginando un campo di lavoro; anche davanti a montagne di scarpe, occhiali, vestiti, valigie, foto di famiglia, quegli esseri umani, per quanto potevano, razionalizzavano. In questo caso la consapevolezza li proteggeva dalla forza feroce di una realtà mostruosa. L’animale condotto al macello, invece, pur non sapendo di morire, si dibatte, urla.

Un’ultima considerazione, avete mai visto un pastore tedesco soccorrere un bambino ebreo mentre viene trucidato? Mentre sappiamo di ufficiali nazisti che si sono ribellati e hanno deciso di affrontare la morte come conseguenza della propria insubordinazione. Il mondo è pieno di martiri e di uomini che per amore di ciò che per alcuni non esiste, hanno dato la vita. La differenza esiste, la differenza è tutto. Se così non fosse che senso avrebbe, per chi crede parlare di un Dio che si fa uomo?

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